Grey Bastard

La scala che non vorresti percorrere

Metaletteratura del grasso che cola

PARTE II “INCUBI”

Una luce verdognola palpitava in lontananza. Ad ogni flash, una colonna  luminosa investiva Felix come un esercito fomentato dalla guerra, dal sangue e dalla rabbia. Ogni flash era un colpo di pistola dritto in fronte.

D’un tratto tutto acquistò senso: Uscendo dal mondo etereo di una visione sfocata, il ragazzo vide una pozzanghera davanti a sè. Il riflesso di un’insegna al neon, nell’acquitrino puzzolente in cui guardava e appoggiava la mano, diceva “eniW”. Mosse un dito. Onde concentriche, nell’acqua, si avvicinavano, invece che allontanarsi. La cosa non lo colpì, aveva perfettamente senso nella sua mente.

<<Scusa.>> Una donna piangeva, in piedi davanti a lui, appena oltre la pozzanghera. La fredda sinestesia della pistola che lei gli puntava alla fronte diventava sapore di sangue in bocca, suonava come una tagliente fischio nelle orecchie, un fischio che oscurava tutti gli altri suoni, a parte le due voci.

<<Non dirlo.>> La supplicava Felix <<Non dirlo, ti prego.>>

<<Scusa.>> Ripetè lei, poco prima di tirargli un colpo alla tempia con il calcio della pistola. Un singhiozzo, e pianse ancora più forte.

Sensazioni diametralmente opposte facevano a gara, sulla pelle di Felix, per avere attenzioni. L’asfalto pungente sotto il palmo della mano era stato messo a tacere dal freddo morso della pozzanghera in cui appoggiava. Viscide “cose” ondeggiavano tutt’intorno alle dita immerse nell’acqua; sulla guancia sinistra una sensazione di calore, gentile, che scivolava fino al mento, avvolgendo quella parte del volto come una carezza malinconica. Romantico, se non fosse stato il sangue che colava dalla tempia dopo il colpo.

<<Non dirlo.>> Disse, di nuovo, Felix.

<<Scusa.>> Un altro singhiozzo, un altro colpo con il calcio della pistola. Questo atterrò sul collo, poi l’arma tornò a premere sulla fronte.

Felix non riusciva più a respirare. Fece per riempire i polmoni, ma un nodo alla gola, stretto dal colpo subito, non faceva entrare nè uscire nulla. Le corde vocali, intasate di dolore, si piegavano come monaci supplicanti, chiedevano di poter vivere: Un raschiare secco uscì dalla sua bocca come unico lamento di dolore, come unica richiesta di respiro.

Tossì, tossì forte, solo per forzarsi a sussurrare <<Non dirlo.>>

Questa volta la donna non disse nulla. Si limitò a singhiozzare ancora più forte, così forte che tutto intorno l’eco del suo pianto dilagava come un’ondata inarrestabile di acqua iraconda. Cambiò posa: Divaricò le gambe, puntò la pistola con chirurgica precisione, poi la lasciò. L’arma fluttuava nell’aria, davanti a lei. Felix potè finalmente alzare la testa. Il volto della donna che voleva ucciderlo era coperto da una maschera rossa, senza lineamenti, senza buchi per gli occhi; la pistola si frapponeva tra loro come un cupo presagio.

<<Non dirlo.>> Ripeteva Felix.
<<Ti amo.>> Disse lei, smettendo di piangere.

Mentre quelle parole ancora attraversavano l’etere per giungere alle orecchie del ragazzo, il cane della pistola morse forte, scintille di incredibile bellezza uscivano mentre il buco nero dell’arma sputava piombo fumante dritto nel cuore di Felix. Un tuono attraversò il petto del ragazzo che, ora, si vedeva scagliato indietro.

 

Si risvegliò di soprassalto, la camera era di un bianco così puro che non distingueva le pareti dal pavimento. Non un’ombra, non una sfumatura. Se non per quella porta rosso sangue immersa nel nulla luminoso che lo avvolgeva. Si toccò il petto, ricordandosi in ritardo di quello che era accaduto un indefinito ammontare di tempo fa. Si allargò il colletto del camice che portava, scoprendo, in prossimità del cuore, un buco nero come la pece, grande come un pugno; da essò partivano venature altrettanto nere, che sbiadivano al colore pallido della pelle mano a mano che si allontanavano dal foro.

<<Aiuto!>> Gridò, alla scoperta. Si precipitò verso la porta, la aprì, era nel corridoio di un ospedale, una luce verde al neon lo illuminava, i piedi nudi sguazzavano in una pozzanghera putrida. Si sentì prendere la gola da una sensazione di repulsione, si accasciò a terra, tossì, tossì forte.

Insieme a qualche goccia di liquido nero, simile a catrame, sputò un proiettile. Lo osservò a lungo: Le rigature annerite dall’attrito, la punta perfettamente intatta, grigia, lucida, rifletteva la sua immagine nel bagliore verde diffuso della stanza. Prese il proiettile e lo ricacciò in bocca, sentiva i denti rompersi mentre tentava di sgranocchiarlo, alla fine lo mandò giù insieme ad un intruglio di ossa e liquidi.

Il pavimento su cui Felix era inginocchiato scomparve, di colpo, ma lui potè sentirlo: Il dolore è un mostro intelligente, come la gravità nei cartoni, aspetta che il Coyote realizzi di aver sbagliato, prima di farlo cadere.

Metaletteratura del grasso che cola

Dedicato alla sperimentazione, al conflitto, al grasso che cola.

PARTE I “INTRODUZIONE”

Vi siete mai interrogati su quanto sia difficile iniziare un racconto? Insomma: Non è un problema se non l’avete mai fatto, è una cosa da “Addetti ai lavori”. Lasciate che vi dia qualche consiglio.
Potreste iniziare da una larga visione d’insieme: Immaginate una bella città, qua, sotto il vostro sguardo, esposta ad un bellissimo cielo azzurro che si riflette sulle finestre; le infinite finestre dei palazzi. A volte è quasi difficile distinguere il cielo dal suo riflesso.  Poi, molto filmicamente, zoomate, scivolate tra le strade, volateci come un uccello in picchiata.Allora comincerete a vedere le persone, tante persone.

Ora dovete confondere il lettore: Guardate quell’uomo in giacca e cravatta, ha appena perso il suo fazzoletto, lo teneva nella stessa mano con cui reggeva la valigetta. Deve aver incasinato la presa, deve essersi dimenticato quale dito teneva cosa, odio quando succede. Quella donna appariscente invece? Ha appena lanciato uno sguardo interessato al ragazzo delle consegne che è passato con la bici e si è fermato a prendere una bottiglia d’acqua dal venditore ambulante grasso e oleoso. Guardatela come cammina decisa in quel suo talleur grigio topo, a righine bianche, e poi come incespica con lo sguardo, mostrando una sola finestra di desiderio. E quello? Parlo del ragazzotto vestito alla “Bulli e Pupe”: Una giacca di pelle nera, una maglietta bianca, jeans classici, stivaletti da motociclista e quel ciuffo. Lui! Voglio lui! Occhi scuri, tenebrosi, capelli marroni, pelle rovinata ma lineamenti ben bilanciati.
Ha un orologio nero, totalmente; mi chiedo come faccia a leggere l’ora.

Adesso che abbiamo il protagonista dobbiamo entrare un po’ nella sua vita. Sappiamo come è, abbiamo un accenno su chi è, ma dobbiamo fare in modo che il pubblico lo apprezzi, lo “senta”.
E’ un po’ come con gli zombi. Non puoi inziare un film sull’apocalisse senza mostrare cosa c’era prima dell’apocalisse, giusto? Dobbiamo prima vedere un po’ di bambini che giocano in un parco, il protagonista che fa cose di tutti i giorni con la sua famiglia: Prepara una colazione, o rientra dal lavoro e saluta tutti con un abbraccio, dobbiamo vederlo vivere, giusto? E vogliamo che l’orrore entri nella sua vita senza che nemmeno se ne accorga.

Non è godurioso sapere che tutto sta andando lentamente a puttane e solo noi lo notiamo? Ci sentiamo potenti, e protetti.
Siamo i topi che abbandonano un edificio prima del terremoto, e mentre tutto crolla facciamo “ciao ciao” con la zampina.
Felix Norton, ecco chi è il nostro protagonista. Non è un bullo, sta andando a provare per una rappresentazione teatrale, non è una fanatico di quegli anni. E’ un attore -notata l’ironia?- Molto bravo, ve lo assicuro. Eccolo là, sul palcoscenico, controvoglia, non lo si nota perchè è bravo. Lo hanno preso per Grease, il musical. Ha avuto parti migliori: E’ stato un Macbeth e altri tizi importanti, “profondi” come dice lui. Spocchioso da parte sua, ma gli piacciono i classici. E’ caduto in rovina, o così lui pensa, da quando la sua ex è morta… Naaaah! Sto scherzando! Non è morta, lo ha lasciato.
Lui è uno che somatizza. Ma… Shh! Parla il regista:
<<No, Felix! No!>> Che voce, pare arrabbiato <<Mi vai sempre sottotono su questa parte! E’ amore, capisci? Sembra che sia una sciacquetta qualunque dalla faccia che fai.>> Sta indicando la Sandy Olsson della situazione.
Felix non sopporta che un tale pensiero possa sfiorare la mente della sua collega <<Non sei una sciacquetta, è solo che io…>> Guardate come lei gli sorride, illuminata dal sua candore <<Lo so…>> gli risponde a mezza voce, sopprimendo una risatina mentre il regista continua ad urlare, paterno e iracondo.
Un ultimo appunto: Abbie Mable Youth è la coprotagonista del musical, a lei piace quel tipo di lavoro, si diverte. E lei piace a Felix, potrebbe essere uno dei motivi per cui ha accettato questo incarico.
Lei è solare, ama ballare, muoversi, saltellare, cantare. Ha sempre il sorriso stampato in faccia, quella bella faccia. Bionda, leggera ricrescita castana, occhi azzurri, pelle molto chiara. Adora il rossetto rosso fuoco. Lo adora anche Felix.

Abbiamo il quadretto giusto? Il bel tenebroso che fa un lavoro che non gli piace perchè, per qualche strano motivo psicologico, quello che faceva prima continuava a ricordargli la sua ex; poi c’è una bella bionda, solare, sorridente, che pare accogliere di buon grado le candide attenzioni del protagonista.
Ora ci serve la cosa più importante di tutte. Se pensate che questi personaggi siano stereotipati allora vi verrà un crampo al cuore con questo, perchè è ancora più stereotipato, usato e strausato, nessuno scrittore ne fai mai a meno, vi -e mi- presento: Il Conflitto.
Inchino.
Aapplausi.
Sì, sono anche il narratore, non fate i saputelli. Nessuno ha mai raccontato qualcosa dal mio punto di vista, perciò ho deciso di fare da me.
Il conflitto è quell’elemento che mette in moto gli eventi all’interno del racconto. Sono quello che fa sparire la principessa e la mette nella torre più alta del castello, ci mette davanti un bel drago e fa il medio al protagonista mentre si gode lo spettacolo seduto comodo.
Beh, più o meno. Quello lo fa la strega cattiva, io mi limito a imbottirla di invidia e il gioco è fatto, è come se lo facessi io con le mie mani, no?

La sessione di prove per oggi è finita, Felix sta tornando a casa. E’ di cattivo umore: E’ stato sbattuto un po’ troppo dal regista, si sente umiliato, ha deciso così di non farsi vedere in giro dopo le prove. Oh! Lo sguardo che ha lanciato al tizio che lo ha sfiorato lungo la strada per casa, è davvero di cattivo umore! Posso, forse, fare qualcosa.
La pioggia inizia a cadere, inzuppando gli abiti del musical, lui se ne accorge, comincia a correre, casa sua è dietro il prossimo angolo; la pioggia sta aumentando gradualmente, così la sua la velocità. Avrebbe dovuto camminare.
Facendo l’angolo sbatte forte contro un tizio che portava una colonna di vecchi giornali già bagnati, forse dall’edicola poco più in là. Entrambi cadono a terra, impiastricciandosi di acqua sporca e carta attaccaticcia.
<<Che cosa cazzo combini? Ti hanno insegnato a camminare, stronzo!?…>> E altri improperi, molto coloriti e fantasiosi per uno che vende giornali senza averli mai letti.
Felix si scusa, si stacca qualche lembo di carta madida dalla giaccia di pelle, si appoggia la mano destra sulla natica -deve far male! Ora si che è arrabbiato, e con il costume sporco e bagnato qualcuno potrebbe pensare che non gli importa abbastanza di questo lavoro. Qualcuno di molto importante.
La giornata non è per nulla finita, e io sto cominciando a scaldarmi. Il caro Felix non ha un rapporto sessuale da molto tempo, potrei fargli suonare qualche campanello. Per esempio il suo coinquilino potrebbe essersi dimenticato di avvertirlo che è in dolce compagnia. Aprendo la porta Felix vede Michael sul divano, intento in coraggiose effusioni con una mora dal trucco goth. Si copre gli occhi come un bambino che becca i genitori a fare sesso.
<<Scusate! Scusate! Scusate! Scusate!>> Dice, chiudendo la porta a tentoni e, ugualmente, andando verso camera sua.
<<Ciao Felix!>> dice il coinquilino, per nulla turbato <<Ciao Felix!>> gli fa eco la donnina goth, divertita. Che stupido: Entrambi erano pronti per un terzo concorrente, se non fosse stato così imbarazzato. Non siate pudici!

E’ sera, Felix ha passato le ultime ore a ripassare la parte; io l’ho aiutato a concentrarsi facendo godere davvero forte la donnina goth. Si beh, non io, Michael. Era in forma oggi. I gemiti erano così ritmici che non mi stupirei se fossero entrati nella sua memoria anche solo per osmosi sonora, dando tutto un nuovo significato alle canzoni di Grease.

Eccolo lì. Felix ha passato gli ultimi due minuti a pensare perchè sta facendo tutto questo: Perchè sta facendo l’attore, perchè ci sta ancora provando, perchè è solo, bla, bla, bla. Lui sa perchè vuole fare l’attore, è solo che oggi, grazie a me, la tristezza passeggera, portata in volo leggero dalla cicogna del conflitto, ha intaccato ogni aspetto della sua vita, come un virus, un mostro tentacolare che allunga le sue propaggini su ogni pensiero che quel cervelletto sovraccarico partorisce. Ora devo solo fare in modo che la notte non gli faccia dimenticare la pioggia, la giacca rovinata, il sesso e la solitudine. Un bel sogno? E con “Bel sogno” intendo il peggiore degli incubi. Lasciatemi schiarire la voce, questo merita un capitolo a sè.

Improbable Electronic Sonata for Uninsulated Brains

Alla distanza, all’illusione e a tutte quelle belle cose che ci fottono il cuore.

27 Agosto “Preparazione dei circuiti”
Elettra stava osservando da ormai cinque minuti buoni un’innumerevole quantità di vestiti stesi sul letto, l’indice della mano destra alla bocca arricciata. La sua solita, totale indecisione su cosa mettere era così tipica che nessuno se ne curava, ma dopotutto erano in ritardo <<Elettra!? Dobbiamo consegnare i documenti o ci scordiamo l’erasmus e ci rimandano a casa senza neanche passare dal via!>> Vanessa urlava dall’altra stanza con una nota decisa di frustazione e una sfumatura di rabbia.
<<Va bene!>> Urlò di rimando Elettra, mostrando i palmi, spazientita, e mimando un “Che palle” con le sole labbra.
Prese i jeans neri e una magliettina azzurra a maniche corte, coprì il tutto con un poncho nero. Si infilò le scarpe comode e uscì dalla stanza.
<<Sono pronta>> Disse, come se lo fosse stata da mezz’ora.
<<Era ora…>> Rispose Vanessa, alzando gli occhi al cielo <<Dai su…>> pregò, mentre si affrettava ad aprire la porta ed Elettra si era persa davanti allo specchio <<C’è anche quella tempesta in arrivo, non ho voglia di prender la pioggia.>>
<<Dicono che sarà una tempesta di fulmini molto violenta.>> Disse Elettra staccandosi dalla sua immagine allo specchio.
<<Allora non mi porto l’ombrello!>> Sbottò, vagamente sarcastica, l’altra, spingendo delicatamente l’amica fuori dalla porta.
<<Aspetta!>> Elettra rientrò in casa, corricchiò verso la camera mentre Vanessa sbuffava e gorgolgiava qualche amichevole improperio, poi riapparve: Teneva in mano un ciondolo, era un un sassetto di folgorite, dai contorni morbidi e lisci, circolare e leggermente appiattito, al centro c’era un’incavo nel quale era stata incastrata una lettera di semplice acciaio brunito. Era una “M”.
Se lo mise, prese lo zaino e lanciò un’occhiata benevola all’amica. Alla vista del ciondolo entrambe si erano calmate.
Vanessa chiuse la porta appena furono fuori. Il rumore della serratura rimbombò cristallino nella casa vuota. La luce filtrata dalle nuvole entrava dalle finestre, raffreddando i colori.
Qualche schiamazzo e non pochi tonfi nella tromba delle scale annunciavano l’uscita dal palazzo delle due amiche.

28 Agosto “Preparazione dei circuiti”
Un vago mal di testa rendeva i movimenti di Max lenti ed accorti, uno di quei mal di testa gentili, che non si sente davvero, ma ad intervalli regolari sembra dire “Ehi, sono qua” e ti picchietta sul cervello. La piccola e angusta cucina era stata opportunamente isolata dalla luce, solo una lama sottile, oltre ad un diffuso e labile bagliore, passava da un’imperfezione degli scuri alle finestre, non c’erano tende.
Leonardo si affacciò dallo stipite che divideva la cucina dal salotto.
<<Caffè?>> chiese.
Max annuì con la lentezza di un moribondo.
<<Nero>> Aggiunse l’amico mentre Max apriva le ante della cucina, in ordine una dopo l’altra, senza trovare la caffettiera, che sedeva placida sul bordo del lavandino, smembrata e serena. La prese, il rumore del lavandino, mentre l’acqua scorreva nel serbatoio, era lucido e tagliente, lo odiava. Versò il caffè con malcelato disordine, chiuse il tutto, accese la piastra ad induzione e se ne andò in salotto.
Leo stava cercando di leggere qualcosa, seduto sul divano, alzò lo sguardo verso Max, scosse il capo.
<<Dovresti smetterla…>>
Max sapeva benissimo a cosa si riferiva, ma fece finta di no <<Di cosa parli?>> chiese, sedendosi con calma sul divano.
Uno sguardo dal messaggio non tanto implicito fu la risposta <<Scrivile!>> disse, deciso, avvicinandosi all’orecchio di Max per provocare lui e il suo mal di testa, questo allontanò l’amico con una lieve spinta, mentre scostava il capo.
<<Leo… Leo…>> Fece un lungo respiro <<Abbiamo deciso che è meglio così…>>
<<A quanto pare LEI ha deciso che è meglio così, perchè considerando quanto cazzo bevi ultimamente tu al tavolo delle trattative ci sei andato da zerbino non da stato sovrano!>>
<<Come cazzo parli?!>> Chiese ironico e con rabbia soppressa per non stressare troppo le terminazioni nervose.
Leonardo alzò gli occhi al cielo, sbuffò, rumorosamente, giusto perchè Max lo sapesse, poi e tornò al suo libro, aggiungendo un soffocato <<Sei un cretino.>>
<<Cosa dobbiamo fare oggi?>> Chiese Max cambiando discorso.
<<Cosa TU devi fare, intendi?>> l’abilità di Leo nel sottolineare certe parti della frase lo rendeva uno schermidore della parola assolutamente insopportabile, una stilettata ogni tanto in un balletto irritante per le orecchie.
<<Cosa devo fare?>> Chiese, di nuovo, l’altro, affondando nel divano, mentre un liscio, profondo e avvolgente aroma di caffè cominciava a permeare l’aria della casa.
<<Devi andare a consegnare i documenti, o ti scordi l’erasmus e ti rimandano a casa senza neanche passare dal via. Ti conviene muoverti, c’è anche quella grossa tempesta in arrivo…>> L’ultima parte venne aggiunta con una nota di interesse.
<<Tempesta?>> Chiese Max con aria da zombi.
<<Tu non li guardi i telegiornali, ah?>>
<<Non tanto ultimamente, ma sono convinto che contro ogni mia agitazione mi erudirai in merito>> Disse in tono sarcastico, facendo il verso alla tipica saccenza dell’amico, che intanto aveva già afferrato il cellulare e stava aprendo il sito internet di una qualche agenzia meteo.
<<Una tempesta con i contro fiocchi! Attraverserà tutta l’europa da ovest a est, il suo picco sarà intorno a questa zona…Parigi, credo. Poi scivolerà tranquillamente sopra la Germania, toccherà mmm… Diciamo che si estenderà da da Francoforte a Monaco, passerà per Praga, e in fine sopra le nostre teste.>> Il dito indicava vagamente la zona di Varsavia.
<<Vuoi dire che si scaricherà qua?>>
<<Certo che no, continuerà, probabilmente…>>
<<Mi hai convinto>> aggiunse ironico Max, alzandosi <<Non voglio trovarmi con il mal di testa in un tornado.>>
<<Non è un tornado, è una tempesta elettrica>> Lo corresse Leo, che ormai aveva fissato lo sguardo sul suo libro.
Un fulmine a ciel sereno si infranse nella testa di Max, che bloccò il suo incedere verso la cucina <<Passerà sopra Parigi. Chissà che non mi porti qualcosa… Di lei.>>
Leo fece un profondo sospiro, con l’accorgimento di non farsi sentire troppo dall’amico <<Bevi il caffè e muoviti.>> Aggiunse, con celata empatia.
L’intenso profumo di caffè era quasi una piacevole nebbia che riempiva la cucina, il gorgogliare della caffettiera era così morbido e confortante per le orecchie, che sembrava ricacciare il mal di testa di Max. Si versò una lunga tazza, che trangugiò in un attimo, avidamente. Rientrò in salotto, Leo alzò gli occhi con un’esplicita richiesta disegnata in essi.
Max, invece, li strizzò <<L’ho bevuto tutto…>> Disse, colpevole, con un vago sorriso come offerta di pace.
<<Muoviti ad uscire di casa prima che ti prenda a calci!>> Minacciò, Leo.
Prese lo zaino, ci infilò i documenti a casaccio, fece per uscire poi tornò indietro, sotto lo sguardo attonino di Leonardo; rispuntò dalla sua stanza personale, le mani unite dietro il collo, un ciondolo penzolava sul petto: Era un un sassetto di folgorite, dai contorni morbidi e lisci, circolare e leggermente appiattito, al centro c’era un’incavo nel quale era stata incastrata una lettera di semplice acciaio brunito. Era una “E”. Aprì la porta ed uscì, richiudendola alle sue spalle. Il leggero sibilo elettrico dell’ascensore annunciava la sua uscita dal palazzo.

27 Agosto “Direzionamento antenna trasmittente”
<<Dai muoviti!!>> Disse disperata Vanessa, allungando ogni singola sillaba per sottolineare la fretta, mentre strattonava l’amica via da davanti una vetrina.
Elettra fissava una maglietta, ma non con il solito sguardo femminile, era più offuscato, da un’ombra, un peso, un ricordo.
<<Sei così tipicamente femmina, Elettra!>> Disse Vanessa per smuoverla <<Pensi allo shopping mentre siamo in mostruoso ritardo?!>> Ma Elettra non si smuoveva nemmeno sotto accusa di stereotipo.
<<Una maglietta dei Metallica poi?!>> Aggiunse Vanessa, che guardava con poca fede il piccolo negozietto di dischi in vinile e magliette di varie band.
Elettra si ridestò <<Va bene! Smettila di tirarmi il poncho che me lo sformi!>> Sbuffò, arrabbiata, come quando qualcuno ci strappa da un bel sogno.
Camminarono a passo di marcia per un buon chilometro, sotto le continue lamentele di Elettra, che di quel trotto leggero non aveva proprio voglia <<NON. VOGLIO. PRENDERE. L’ACQUA!>> Scandiva ogni tanto Vanessa per incoraggiare l’amica a fare come lei diceva. Così le due arrivarono in università, attraversando Parigi. Trafelate e accaldate. Salirono le scale di fretta e si diressero verso l’ufficio preposto, consegnarono i loro documenti e finalmente si calmarono, sedendosi per un attimo in un’aula vuota, qua e là degli studenti ripassavano la lezione o facevano finta, uno giocherellava al cellulare, sorridendo come un ebete.
<<Ora siamo libere!>> Disse Vanessa, con un sottile sottinteso che suonava tanto come un “Te l’avevo detto!”, Elettra alzò gli occhi al cielo, notando il sottotesto.
<<Penso che non mi alzerò da qui per un bel po’>> Disse Elettra con ironico biasimo <<Non pensarci neanche! Dai! Non voglio bagnarmi!>> La nenia di Vanessa sul non voler prender la pioggia cominciava a diventare una ripetizione assillante, per quanto comprensibile, ma l’amica congedò l’ennesima richiesta con un gesto della mano.
<<Ehi!>> una voce profonda fece sobbalzare un poco le due amiche, che si voltarono. Un giovane si era infilato fino ai banchi dove le due sedevano, indossava un maglione azzurrino sopra una camicia bianca, jeans del solito colore e scarpe bianche, da dietro i capelli biondi due occhi intensamente blu fissavano Vanessa ed Elettra. Sembrava lo stereotipo del belloccio, “uno stereotipo per niente male” pensò una delle due.
<<Italiane?>> Chiese, contro ogni aspettativa <<Sono Alex.>> Si presentò, aveva un duro accento tedesco, forse. <<Ciao.>> Dissero le due donne in coro, ma con toni estremamente opposti.
Alex era un ragazzo svizzero, conosceva molto bene l’italiano, era a Parigi per un periodo di erasmus ed aveva una forte attrazione per Elettra, che aveva visto giorni prima; non tardò a dimostrare tale attrazione, in modo pacato e gentile, raffinato e a tratti sottilmente diretto. Ad un certo punto della lunga conversazione a tre, il ragazzo si assentò per usare il bagno.
<<Dai! E’ carino!>> Sbottò Vanessa.
<<… E poi sono io quella tipicamente femmina?>> Chiese Elettra, socchiudendo gli occhi e stampandosi in faccia una smorfia.
<<Hai o no lasciato Max? Potrebbe essere il momento per guardarsi intorno, fare amicizia, mica te lo devi scopare sta notte!>> Elettra guardò l’amica stupita quando questa usò una parola tanto diretta e mai sentita uscire dalle sue labbra.
<<Che poi… Anche se succedesse…>> Ghignò <<Cosa te ne frega? Mica te lo sposi!>> Elettra rispose colpendo l’amica sulla spalla, che fece finta di accusare il colpo, ridendo.
Elettra non notò che l’amica aveva lo zaino già su una delle spalle, e fu lo sguardo più truce che avesse mai riversato all’amica, quando questa se ne andò con una scusa, al ritorno del ragazzo.
<<Hai le chiavi no? Ciao!>> Se ne andò, senza aspettare una risposta.
<<Ti va di sederci fuori? Queste aule sono calde e le sedie scomode>> Chiese Alex. Elettra pensò che fuori, all’aria aperta, avrebbe avuto più di una possibilità per scappare, annuì, si avviarono.
Le nubi temporalesche erano sopra l’università, la luce era attutita e giallognola, virava al grigio, e il piombo fuso che scorreva nella vene del cielo cominciava a pesare su questo mondo come una grossa mano pronta a scombinare qualche vita mortale. Grosse promesse vorticavano nelle dense atrocità di quel mostro elettrico.

28 Agosto “Direzionamento antenna ricevente”
Max si trascinava svogliatamente per Varsavia. Nelle orecchie suonava un’oscura promessa infranta, una promessa elettrica che partiva dal suo ipod, viaggiava per i cavi delle cuffie e si riversava nelle sue orecchie come un’esplosione di impulsi elettromagnetici, invece di vibrazioni sonore. “Nothing Else Matters” dei Metallica. Era ormai la terza volta che la ascoltava, lungo il tragitto, e la voglia di sentirla aumentava ad ogni ripetizione, quando nessuno guardava si lanciò anche in un leggero canto. Le mani nei jeans consunti, la testa bassa, lo sguardo assente. La sua intera vita aveva luogo solo nella sua testa.
L’università, appena oltre una piazza, sembrava un porto sicuro, un luogo in cui concedersi qualche minuto di burocrazia, che avrebbe tenuto la sua mente occupata. Sbrigò le sue cose con calma, non voleva, per nulla al mondo, tornare ad un stato mentale in cui il suo cervello potesse viaggiare, libero. Catene, catene, cavi, una bobina elettrica. Pensò che forse stava impazzendo, sorrise all’idea. Alla fine andò verso un’aula libera, qualche studente, qua e là, studiava, o faceva finta. Uno ascoltava musica mentre disegnava sul banco, ridacchiando. Tirò fuori il cellulare di tasca, una pessima idea. Leggeva qualche messaggio, vecchio di mesi. Si crogiolava nel suo dolore. Qualche banco più in là una coppia di studenti si stava sedendo, qualche stridulo gridolino e una risata sommessa non facevano prevedere nulla di meglio di quegli stessi messaggi che Max stava leggendo. I due erano una coppietta, quasi deliziosamente seccante se non fosse per lo stato mentale del ragazzo che li osservava, così, erano solo seccanti. Si concentrò e prese alcuni fogli dallo zaino, li mise sul banco e cominciò a leggere, orari, consigli, regole, liste di libri, libri, libri. Tutte parole che risuonavano senza alcun senso nella sua mente. La coppietta ridacchiava. La mano di Max si stava chiudendo a pugno. Lei schioccò, rumorosamente, un bacio sulla guancia di lui. Il pugno era chiuso. Lui la guardò, intensamente. Il pungo tremava, carico. Lei…
Smise di guardare, prese i fogli, li cacciò nello zaino facendone una palla spiegazzata. Si alzò e se ne andò. Nelle orecchie di nuovo la musica, nient’altro ha importanza.
Le nubi temporalesche erano sopra l’università, la luce era attutita e giallognola, virava al grigio, e il piombo fuso che scorreva nella vene del cielo cominciava a pesare su questo mondo come una grossa mano pronta a scombinare qualche vita mortale. Grosse promesse vorticavano nelle dense atrocità di quel mostro elettrico.

27 Agosto “Invio”
Quell’aria innaturale prima di un fenomeno, invece, assolutamente naturale, dava un senso di disagio ad Elettra, che si sommava alle parole gentili di Alex, ed era come sentirsi infastiditi da un cagnolino batuffoloso che ti scondinzola davanti con l’amore negli occhi. Ogni parola gentile, ogni contatto visivo e fisico le facevano male. Ogni singola scintilla delle sue sinapsi aveva una forma e una sola. Prevedeva un sovraccarico. Aveva pensato altre volte a Max, ma posta difronte alla realtà, quella stessa realtà che ora le stava offrendo un’occasione potenziale per dimostrare di averlo lasciato per sempre, il pensiero era così dannatamente intenso che le faceva male, la stessa carica elettrica del suo cervello era come aumentata fino ai 20000 volt. Era dolore puro.
Il disagio non tardò a passare dal cervello ai muscoli, e alla pelle. Sentiva un formicolare diffuso, un brivido che gli attraversava il collo per dilagare nel suo corpo come un’onda, un’onda con migliaia di piccole zampette che la solleticavano, cavalcando i nervi e arrivando così in ogni punto del suo corpo. Si sentiva esplodere, mentre quel babbeo svizzero continuava a parlare, era diventato quasi saccente, presuntuoso, ma non si accorgeva dei monosillabi di Elettra in risposta a qualsiasi sua domanda. La ragazza prese a camminare e lui la seguiva, doveva fare qualcosa, non riusciva a stare ferma. Poi…
L’intera sensazione aveva messo in secondo piano il grosso temporale che incombeva ora sopra di loro, Elettra fece in tempo a sentire una goccia di pioggia sulla sua guancia sinistra prima di…
Lassù, dove non era dato vedere, due lembi benevoli dal volto grigio si baciarono, e il loro bacio era per i mortali un’occasione di illuminazione. Un fulmine scese dalle nebulosità vorticanti, spezzò l’aria, la distorse e la scaldò intorno a sè. La pura potenza viaggiava nell’etere con un obiettivo, indomabile, inarrestabile, con la furia del giusto.
Elettra sentì la strana sensazione di essere trascinata verso l’alto, al contrario di quando ci si sente cadere in un sogno. Sentiva il proprio elevarsi, mentre una scarica elettrica di indicibile potenza correva suadente nel suo corpo. Era come un’onda di calore, ma gentile, la lambiva come il mare, ad intervalli, e ogni volta galleggiava sempre un po’ più su. Sentiva delle dolci mani elettriche rovistare nel suo cervello, nel suo corpo. Ogni sinapsi abbracciava quella sensazione, poi si sentì vuota. Qualcosa l’aveva svuotata, per un solo, veloce, secondo. La sua testa era puro nulla.
Durò poco, perchè non era morta. Il suo cervello si inondò di nuovo di piccole scintille. Le stesse che lo animavano poco prima che il fulmine la colpisse. Era a terra, davanti a lei Alex. Spaventato, terrorizzato, impietrito.

28 Agosto “Ricezione”
Fuori dall’università Max camminava avanti e indietro. Di nuovo le cuffie nelle orecchie. Non voleva ancora tornare a casa, prendeva lunghi respiri, ripetutamente, senza tregua, poteva quasi sentire la testa girare per l’eccesso di ossigeno. Decise infine per una panchina. Si sforzava di non sentire nulla, di chiudere tutto, di liberare la testa, avrebbe per un attimo voluto essere come morto, sentire solo la tranquillità dell’incoscienza, l’assoluta inconsistenza del nulla, del vuoto, del nero cosmico. Sparire per un solo maledetto secondo, smettere di incolparsi, smettere di sentire dolore, smettere di mettersi difronte ad ogni suo schifoso errore. Il tempo trascorse veloce, si tolse la musica dalle orecchie, e ce la fece. Era nulla. In quel nulla però irruppe una goccia d’acqua, sulla sua guancia destra.
Nell’oscuro tutto sopra la sua testa, due lembi benevoli si stavano abbracciando, baciando. Un fulmine scese sulla terra come un treno in corsa mosso dalla potenza dell’universo.
Il vuoto che Max aveva creato fu riempito subito, istantaneamente, come acqua che esce da una diga e inonda una vallata con la velocità della luce. Violento e giusto fu quel tutto che lo pervase. Come da un brivido dietro il collo, piccole scintille camminavano nel suo corpo come un esercito indomabile. Sentiva dolci mani elettriche rovistare nella sua testa. Come se lo stessero amorevolmente vestendo, preparando, e spingendo fuori casa con pacche amichevoli e sguardo materno.
Era stato riempito di altro, era stato riempito di un’altra persona.
Si alzò. Tutt’intorno era una collage caotico. Una finestra che sporgeva dal cielo, un ibrido architettonico dava sulla piazza, che si era incredibilmente riempita di alberi. Qualcuno alle sue spalle parlava francese, un altro parlava uno strano italiano dal forte accento tedesco, forse. La facciata dell’università riportava la scritta in due lingue, sovrapposte, francese e polacco. In piedi, davanti all’entrata, c’era una ragazza spaventata.

27/28 Agosto “Comunicazione”
<<Elettra?>> Strabuzzò gli occhi a quella visione <<El…>> Faticava a ripeterlo una seconda volta.
<<Max!>> Disse lei. I due si vennero incontro con la calma di chi ancora non crede a quello che ha davanti agli occhi.
<<Sto sognando?>> Chiese lui.
<<E’ possibile.>> Disse lei, la sua immagine andava e veniva, come in un televisore, e così succedeva a lui.
Qualche lacrima pareva affiorare sugli occhi di entrambi, coprendoli con una pietosa patina di gioia.
<<Ascolta…>> I due parlavano all’unisono, e, come se ogni pensiero si compenetrasse in quello successivo dell’altro, parlavano e si ascoltavano, contemporaneamente.
<<C’è un carico di vita e sogni in mezzo a noi…>> abbassarono la testa <<Aspettative, regole, assunzioni…>> Si guardarono negli occhi <<Non volevo il dolore di averti lontano>>, <<…Lontana… E’ infantile non trovi? Sia stare insieme sia lasciarsi per non dover vivere lontani… Infantile. Eppure, qualcosa… Andava fatto>> e questa suonava come una domanda <<Ma ora so, ora voglio arrivare lì>> L’una le mani sui fianchi dell’altro <<Voglio arrivare lì dove sei, ho un obiettivo, una missione, uno scopo. Ci rivedremo, un giorno. Non so quando, ma succederà. Forse saremo diversi, forse saremo uguali, forse non saremo, ma arriverò. Ora è un addio, addio per sempre, fino a quando ci rivedremo. E quando sarà…>>.
<< Ti racconterò tutto… Riempirò quel vuoto che hai di me. Quel giorno sarà il punto focale, quello per cui vivrò d’ora in poi. Allora potrò dirmi soddisfatto, potrò dire che la battaglia è finita, potrò dire che, cadesse il cielo…>>
<<Ti amo.>>

Max si risvegliò, era a terra, la città intorno a lui era tornata quella di sempre.

Qualche giorno dopo, dal letto di un ospedale, prese il cellulare che il suo amico gli aveva prestato, compose un numero francese.
<<Ciao.>> disse.
<<Ciao.>> Si sentì rispondere.
<<Come va?>>
<<Potrebbe andare meglio.>>
<<Siamo in due.>>
Sorrise.

Quello che non ho – Atto III “Alla fine muoiono tutti.”

<<Allora: Io esco con le mie amiche, torno tra un paio d’ore, Agelica si è di nuovo lasciata con Marco, quindi, è possibile che si beva l’anima e saremo costrette a riportarla a casa moooolto velocemente. Tu fai il bravo, scrivi, non ti distrarre che poi leggo tutto.>>

La sua voce attutita arriva dall’altra stanza, passando attraverso il rettangolo luminoso dell’uscio, che rompe l’oscurità nel mio studio. Poi lo attraversa, viene verso di me, mi bacia, mi sorride.

<<A più tardi.>> Le dico e la bacio di nuovo, come se fosse l’ultima volta. Lei lo nota, un sorriso velato da un lampo ombroso le si disegna sul volto, mi osserva più a lungo di come si farebbe in un normale congedo, si gira. L’ultimo rumore che sento è quello della porta che si chiude.

Mi ritrovo solo, davanti al computer. Il finale del mio libro è ben scolpito nella mia testa, devo solo modellarlo. Alla fine l’eroe muore… Alla fine muoiono tutti.

<<Roll credits.>> Dico a mezza voce, per incoraggiarmi.

Vicino allo schermo c’è una bottiglia di vino, lo stesso vino che settimane fa versai a terra e nella mia gola, in un vecchio teatro. Il mio “sangue”… Divertente.

Un bicchiere dopo l’altro affogo i ricordi, un bicchiere dopo l’altro zittisco la mente, un bicchiere dopo l’altro riempio il mio corpo di coraggio, sento l’approssimarsi della fine, sento il freddo della Dama d’Inchiostro lambirmi dolcemente come le onde con la spiaggia. E’ tempo.

Quando Laura torna casa io sono ancora seduto davanti al computer, pallido e ubriaco. Lei lo nota, mi guarda con biasimo, alle mie spalle Lei, la mia Dama, l’incubo in carne. Ossuta, sinuosa, macchiata da scritte fluide che danzano sul suo corpo come streghe intorno ad un falò, mi cinge il petto, avvicina le sue labbra al mio orecchio. La sua voce e la mia suonano all’unisono.

<<E’ tempo di rivelazioni, è tempo di sapere.>>

Laura mi guarda confusa, il suo solito sorriso si spegne in un’espressione che conosco molto bene, il suo stesso volto dice “Ancora?” senza il bisogno di parlare..

Sbuffa, si avvicina quietamente <<Vino? Vodka? Cosa sta volta?>>

<<C’è di più.>> Dico, in contemporanea al Demone pallido avvinghiato a me, ma un guizzo di forza si fa strada <<La mia anima sta affogando, Laura.>> La colpevolezza si scolpisce su di me con la violenza del colpo di uno scalpello. Il Demone pallido mi guarda per la prima volta stupito, le sue parole all’orecchio erano ben altre.

<<Quello che ho scritto non è opera mia>> Laura tenta di interrompermi, ma la fermo <<Ho sempre dovuto bere per poter scrivere qualcosa di decente! Pomeriggi passati davanti al computer, ad un foglio bianco! Caffè, musica, qualche stupido mantra.>> rido, rido di me <<Da ubriaco scrivo… Da ubriaco scrivo!>>

Poi di nuovo, parole che mi si conficcano nel cervello, sputate attraverso l’orecchio dal Demone pallido <<Lui è mio ora, la sua bellezza è la mia, il suo dolore è il mio.>>

Senza poter far nulla vedo Laura fare un passo indietro, ha paura, glielo leggo in faccia, e la sua paura è un coltello che mi attraversa il cuore lasciandomi in vita.

<<Ascolta…>> si costringe a calmarsi <<Adesso ti faccio un caffè bello forte, tu ti metti sotto la doccia…>>

<<No Laura.>> Piango <<Lei non me lo permetterà>>

<<LEI CHI?>> Urla <<DI COSA STAI PARLANDO?!>> La sua paura si tramuta in rabbia, agita le mani mentre strilla, suda, è sempre stupenda.

<<La sua ispirazione!>> Questa volta a parlare è direttamete il Demone pallido, e sono sicuro che la sua voce arrivi anche a Laura, perchè fa un altro passo per allontanarsi, vede quella Dama cingermi da dietro la sedia, la vede alzarsi, lasciarmi e camminare verso di lei.

Ora è il volto stesso della paura la maschera che cinge quello della donna che amo, mentre la raccapricciante rivelazione fatta carne cammina sinuosa verso di lei.

<<T-tu… Chi.>>

<<Io sono l’ispirazione che Lui ha deciso di seguire, l’ispirazione a cui ha deciso di conferire il suo potere.>> La mano del demone fa uno svolazzo, le dita si distendono una dopo l’altra, sinuosamente quanto velocemente e Laura viene presa da una forza oscura che la sbatte verso la parete alla mia destra, una mensola si spezza. La statuetta di vetro di un cavallo cade a terra infrangendosi in mille pezzi.

Il mio naufragio è il suo naufragio, in un mare di stelle di vetro.

La Dama, il Demone, l’Incubo, si gira verso di me, mi guarda soddisfatta, si avvicina e mi bacia violentemente, io rimango seduto, come se fossi incatenato.

<<Scrivimi!>> Mi dice, spostandosi dalle mie labbra al collo, e io scrivo.

Ci sono eroi e mostri, gli eroi ci cibano, i mostri ci divorano.
Io sono un mostro, quel raro tipo di mostro che divora sè stesso.

Quello che non ho – Atto II “Un tramonto a mezzogiorno” Scena II

Sensazioni diametralmente opposte correvano sulla mia pelle mentre lei si avvicinava: Potevo sentire il calore della sua presenza, ed era prima un dolce tepore, poi un inferno bollente. Camminava leggera, quasi saltellante, tra i tavoli del locale; obbligavo il mio sguardo a rimanere sul piatto appena giunto, appena toccato.

<<Ci conosciamo?>> Era vicino al mio tavolo, al quale aveva appoggiato le mani. Il mio sguardo si soffermò sull’aura rosea che la sua pelle assumeva intorno all’attaccatura delle unghie. Facendomi forza appoggiai la forchetta e alzai gli occhi. Lei era lì. <<Segui il corso di filosofia di Davis, vero?> Disse, annullando la domanda di prima, forse per riempire quella pausa filmica e poco reale che mi bloccava dal rispondere.

Mi sorrideva, e i suoi occhi sembravano estasiati da loro stessi per aver avuto la fortuna di avermi scorto in mezzo a tutte le persone che sedevano alla tavola calda. Il capo leggermente inclinato, un paio di fossette ai lati delle labbra e la mia prospettiva di lei ne moltiplicavano la bellezza.

<<Si.>> Mi costrinsi a sorridere, ma non mi usciva quasi mai bene.
<<Mi sembrava di averti visto, in effetti. Mi chiamo Laura.>> Protese la mano destra verso di me, la sua pelle sembrava emanare una luce pallida, come il tremolare argenteo di una luna bagnata oltre la finestra, ma attraversata da un’ insospettabile nota più calda.

Fu quello il momento capitale, di una gravità così somma che piegò la mia vita come il tempo che la attraversa. Una relatività emotiva che non ti aspetti.

Fionda gravitazionale.
Propulsione.
Stacco.

Eccoci qua. Ora.
Sono seduto al buio, davanti alla mia scrivania, fogli di appunti appesi ad una lavagna di sughero mi sorridono, benevoli, Laura mi accarezza il collo, appoggia la testa sulla mia spalla sinistra, arriccia le labbra mentre legge le parole luminose sullo schermo del computer. Alcune parole sono un flusso così ingombrante che si disegnano sulla sua bocca per meglio permettere lo scorrere verso la testa e la comprensione.
Come una crescente ondata, più si avvicina alla fine del testo più un sorriso le si allarga sul volto. La ringrazio, guardandola, per quella silenziosa e prematura approvazione.
Un paradosso conciso che si ciba del suo stesso punto di domanda finale mi affiora alla testa: Non avrei venduto me stesso se una sola volta nella vita qualcuno avesse sorriso così verso un pezzo di me, eppure, ora, quel sorriso, non esiste proprio perchè ho venduto me stesso?

Lei non sa. Lei ancora non sa.

<<E’ bellissimo.>> Dice, ma non ha ancora finito, le si bagnano gli occhi.
<<Dove…>> Interrompe la domanda, quale che fosse.
<<Dove hai trovato queste parole?>> Non comprendo la richiesta, le sorrido e basta.
Non dovrei sorriderle così. Vorrei dirle che tutto quello che ho scritto non è grazie a lei, non è grazie a quello che mi ha dato, non è il sole che ha fatto fermentare i miei pensieri. La colpa è di una stella molto più oscura, la colpa è l’inconfessabile peccato di una gola atrofizzata.

Dio quanto vorrei poterlo fare in suo nome.

Dietro lo schermo del computer, dove la luce dei led, dei pixel e della parole non arriva, un oscuro fluire si muove sinuoso come un serpente che scende dal ramo basso di un albero. Un demone invisibile appoggia la sua testa sulla mia spalla destra e sussurra, assordandomi. Un richiamo oscuro, mi guardo il segno sulla mano.

Lei lo nota.
<<Che c’è?>> Chiede, seguendo il mio sguardo.
<<E’ strano che tu non l’abbia notato fino ad oggi.>> Dico, colpevole.
<<Che cosa?>> Mette la sua mano sulla mia, mi passa i polpastrelli sul dorso, poi sul palmo
<<Questo segno…>> Abbasso il capo. Rompo l’incantesimo.
<<Quale?>> Chiede, alzando appena la voce e ridacchiando <<Non vedo nulla!>>

Sento un ago incandescente attraversarmi l’attaccatura del collo. Ma è solo un’altra, ripetitiva, bruciante sensazione.

Quello che non ho – Atto II “Un tramonto a mezzogiorno” Scena I

La tavola calda era cosparsa di pietruzze dorate. Il pulviscolo nell’aria veniva illuminato riccamente dalla luce del sole di mezzogiorno, particolarmente brillante, così tutto sembrava avvolto da polvere angelica, che volteggiava pigramente sopra le routine dei presenti.

Un bicchiere di acqua e limone, un tozzo di pane e un momento di oblio allietavano l’attesa del mio ordine, mentre uno sguardo alle persone intorno mi rincuorava sull’assoluta normalità del quadretto: Una famiglia chiassosa sedeva vicino a me, un vecchietto sorridente attaccato ad una bombola d’ossigeno lanciava paterni consigli ad una cameriera, due ragazze si scambiavano striduli segreti d’amore giovanile. Un’illusione stupida, la mia. Tutta quella normalità mi contagiò solo per pochi secondi: Ero in mezzo ad un oceano con una sconveniente quanto pesante catena di pensieri legata ai miei piedi, che non tardò a tornare, per trascinarmi a fondo. Afferrando il bicchiere notai, di nuovo, quel marchio di inchiostro nero sul palmo della mano sinistra. Una parola scritta con caratteri sconosciuti, disegni a metà tra svolazzi sinuosi e artigli mortali. Un marchio d’inchiostro indelebile. Un regalo della mia dama d’incubo.

Ogni volta che lo guardavo sentivo un’opprimente pressione al petto, come il peso di tutte le mie malefatte, di tutte le volte che cedetti un pezzo della mia anima in cambio di una notte di pensieri confusi e dolce, dolce obliare nel veleno amaro che era tutto quello che non potevo avere.

Presi un sorso d’acqua, come se aiutasse a scacciare quel peso, trangugiarlo e farlo scivolare giù, per digerirlo una volta per tutte. Ahimè, l’anima non si cura con un bagno, a lei serve un falò.

Quello ebbi.

Il locale, improvvisamente, si colorò di rosso. La luce più calda mai vista; le pietruzze dorate sparirono, come spaventate, e il tempo rallentò dandomi un momento per gustare l’assoluta santità della coincidenza che andava a svolgersi davanti a me: Occhi verdi, brillanti e inaspettati, come un’aurora boreale in una stanza buia; la pelle bianca di una statua di marmo, ma morbido come creta; labbra rosa delicato e, soprattutto, i capelli rossi, arroventati dalla luce del sole. L’inferno in cui volevo bruciare.

Un tramonto a mezzogiorno su un profondo mare in tempesta.

Forse l’universo mi stava gettando un’ancora o forse era l’ennesima presa in giro. Forse ancora una volta voleva vedermi combattere per la mia anima e fallire. Ma certo! Avevo già fallito. Mentre la mia salvatrice sedeva al bancone la sua luce riflessa illuminava solo una cosa: Quel marchio nero pece sulla mia mano. Stranamente la sicurezza di aver già fallito, però, non mi scoraggiò, anzi. Forse potevo dare uno sguardo oltre il velo, giusto per farmi del male, o per conoscere la verità delle cose. Una verità che non potevo più mancare: Il dolore di non poterla avere mi avrebbe tenuto sveglio, attento e una volta per tutte avrei osservato davvero come sarebbe potuta andare.

Eppure la mia oscurità avrebbe potuto inglobare anche lei e il mio naufragio sarebbe potuto diventare il suo. Abbassai la testa, conscio di avere davanti l’assoluta verità delle cose e di non volerla. Se c’è una cosa di cui posso andare fiero è la solitudine. Il mio viaggio, l’assedio a me stesso, il banchetto sulla mia anima, sono sempre stati momenti che non ho condiviso con nessuno. Nessuno doveva vedere, nessuno doveva sentire, nessuno doveva partecipare. Come una cometa impazzita avrei continuato a viaggiare nello spazio vuoto, senza mai sciogliermi al sole per la paura di pochi superstiziosi o il piacere di altri osservatori, non avrei toccato nessuno con la mia lunga scia.

Arrivò la mia frittata, finalmente.

<<Grazie.>> sorrisi cupo alla cameriera, lei rispose allo stesso modo, velocemente. Quello scambio assolutamente inutile ricompose i miei pensieri, affondai la forchetta nel mio pasto e presi il bicchiere: Il simbolo oscuro mi osservava, distorto, attraverso il vetro e l’acqua.

Purtroppo non potevo immaginare la fisica impazzita dell’universo in cui ero immerso, poichè per strani motivi gravitazionali, per leggi di attrazione esiliate dalla logica, fu il sole a venire verso di me, e potevo sentire il ghiaccio scricchiolare, ed iniziare a sciogliersi.

Quello che non ho – Atto I “Tango d’inchiostro” Scena II

Incredibile come lavori la mia testa nei momenti di totale e pura paura, vedevo tutto: Un ragno correva sulla superficie incrostata del palcoscenico, una nube di polvere si stava posando a terra dopo un fugace svolazzo, una candela si era spenta per via della mia caduta. La mia caduta, già. Ero a terra, con le mani nel liquido rosso che aveva divorato il pentacolo, poco prima. Alle mie spalle c’era il vecchio sipario, appesantito come un anziano che ha visto troppe guerre combattute con spade di legno e finti amanti divorati dagli applausi; davanti a me Lei.

Era ormai salita sul palcoscenico e gattonava verso di me, la sua testa era inquietantemente fissa, qualsiasi movimento facesse il suo corpo, e così i suoi occhi. Mi puntavano, mi laceravano, mi volevano. Passò sopra le candele, sfiorandone le flebili fiamme, senza fare una piega. Quando il terrore tornò ad essere una calda sensazione che pervadeva il mio corpo e smise di essere un sottofondo paralizzante incominciai ad indietreggiare, spingendomi con le mani e i piedi, scivolando varie volte. Passai oltre il sipario, che mi fagocitò con gentile calore e umida putrescenza, dovetti fermarmi quando la mia schiena toccò un pannello, un vecchio sfondo usato per qualche spettacolo. Solo dopo avrei notato che, tra macchie oleose e muffa grigiastra, su quel legno sottile c’era disegnato un distorto albero di mele.

Non mi sono mai interrogato su come la mente creasse gli incubi che nelle notti di tormento si avvinghiano alla nostra pelle come mostri affamati, ma l’immagine che mi si presentò davanti sembrava una risposta non richiesta ad una domanda mai posta: Insieme al sipario, anche l’oscurità sembrava piegarsi, scivolare altrove, al passaggio di quella donna; come se stesse attraversando una cascata sottile. Gattonava ancora verso di me, un leggero bagliore negli occhi.

Ero paralizzato.

Come un assassino pentito che viene finalmente arrestato, feci un sospiro quando, ormai vicina, mi toccò la gamba destra, facendo scivolare la mano sulla mia coscia.

<<Balliamo.>> ripeteva, e quel tono lascivo che stonava seccamente con il suo aspetto inquietante fu come una luce per la falena nella mia testa. Non fermandosi, mi scivolò addosso. Ebbi la sensazione che le parole tatuate sulla sua pelle si muovessero, fluide, che scorressero sul suo corpo come lei faceva sul mio.

Ci alzammo, senza mai staccarci gli occhi di dosso. Senza dire nulla la sua mano prese la mia, mentre appoggiò l’altra sul fianco. Feci lo stesso, ipnotizzato.

Dietro di noi il marcio albero di mele, disegnato su un cielo azzurro, incupito dall’età; ballammo. La musica arrivò con la calma di uno stanco esercito che marcia, afflitto da una sconfitta. Si innalzava tutt’intorno a noi. A quel punto, chiedersi da dove venisse era davvero l’ultima delle mie preoccupazioni. Passammo di nuovo il sipario, tornando sul palcoscenico con un balzo che divertì la mia compagna; la sua risata cristallina mi lasciò di pietra.

L’umido scalpiccio dei nostri passi che affondavano nella pozzanghera di liquido rosso, le candele che cadevano al nostro passaggio, la mia espressione divenne un sorriso senza che nemmeno ne avessi coscienza. Non so per quanto andammo avanti, in quel tango sporco di vino, timore, oscurità e inchiostro. Il tempo passò rapido, e per ogni veloce secondo che la mia mente riuscì ad imprimere in sè stessa, mi sentivo a casa; mi sentivo avvolto da tutto quello che non avevo mai avuto, pur continuando a non averlo.

Quando la luce del sole divenne una cortina dorata che divideva il palco dalla platea, la mia dea d’inchiostro e incubo si avvicinò a me, sussurrandomi qualcosa all’orecchio.

<<Scrivimi….>> lenta si allontanò dal mio collo e schioccò un bacio rovente sulle mie labbra. Era come se avessi messo in bocca un tizzone incandescente.

Quello che non ho – Atto I “Tango d’inchiostro” Scena I

Le candele erano perfettamente posizionate, le linee bianche di gesso paranoicamente diritte e senza sbavature, era quasi un peccato, a questo punto, dover continuare. La gialla luce dei lumini accesi tremava, come se avesse timore di quello che andava a svolgersi su quel tristo palcoscenico. Il luogo scelto per l’occasione non era per nulla casuale: Un vecchio teatro, abbandonato da molto tempo ormai, pieno di ragnatele, assi ricurve per l’umidità, muffa e grossi fori nei muri.

Ero fermo all’entrata, osservavo, da dietro il fumo della mia sigaretta, il cortile desolato di fronte al teatro: Un vecchio parcheggio dissestato, qualche pianta spuntava dal cemento e, come il monumento in rovina di un’antica vittoria, campeggiava ritta ma secca, ancora conficcata nella ferita del pavimento. Avevo lo sguardo fisso nel vuoto, scacciavo paure, fumavo, tremavo come le candele che mi aspettavano sul palcoscenico. Le scuse finirono quando sentii il saporaccio del filtro, ma mi concessi ancora due amare boccate e un minuto con la mia anima.

Buttai a terra la sigaretta, esitai ancora, osservando il fumo che si attenuava, la brace che soffocava lentamente; gli girai le spalle ed entrai. Nella grande sala all’entrata una nube di polvere volteggiava, forse mossa dal vento che scivolava dentro dalla porta semi aperta, ma il suo permanere nell’aria era innaturale, meravigliosamente innaturale. Mi dissi che era l’ennesima scusa di uno stupido vigliacco e mi obbligai a continuare, andando verso la sala del palcoscenico, subito dietro una tenda rossa, sbiadita, pesante e umida, tra le cui pieghe notai uno strappo che ricordava vagamente una croce.

Davanti a me scendeva la scalinata centrale, che divideva i posti a sedere di fronte al palco; in quel momento della notte, la luce della luna, che penetrava dai fori nel muro, sembrava formare delle sbarre argentate, che trafiggevano il teatro in ogni direzione, formando una gabbia;  una gabbia che mi teneva lontano da quel che c’era sul palco: Un bagliore di sei candele, poste ai vertici e al centro di un pentacolo. Camminai senza paura in mezzo a quelle sbarre impalpabili, ricacciando tutti i timori.

Raggiunsi davvero quel palcoscenico, e per un momento credetti di non farcela. Rimasi sul ciglio di quel pentacolo come un pedone sul ciglio di una strada trafficata, in attesa del giusto momento. Quanti di questi momenti passarano in quei lunghi minuti non saprei dirlo, so solo che lo feci al momento sbagliato, per i motivi sbagliati. Un passo ed ero dentro, un altro ed ero al centro. Presi il coltello che avevo in tasca e lo usai per liberare il mio veleno tutt’intorno: Il gesso bianco presto si mescolò con il liquido rosso rubino che avanzava lento ed inesorabile fagocitando quel simbolo dannato, mentre altro veleno calava nella mia gola, sorso dopo sorso.

<<Io sono qui per me, io ti chiamo.>> Dissi a mezza voce, con tutta la paura che un uomo poteva provare; passarono lunghi minuti di terribile silenzio, potevo quasi vedere le sbarre di luce muoversi con la luna, diventare più corte, ritrarsi, come inchinandosi alle tenebre del teatro; il legno scricchiolava sotto il peso dell’età e dell’umidità. Non so quanto tempo passò, so che quel silenzio e quella leggera luce di candele erano il luogo ideale in cui stare: Non avevo più paura, non tremavo, come se fossi nel mio letto. Era perfetto.

Di colpo, come un fulmine, il teatro sembrò contorcersi: Gli scricchiolii aumentavano, come se tutto stesse invecchiando velocemente, eppure non c’era nessuna differenza nelle assi, nei sedili, nelle pareti; qualcosa strisciava e contorceva il vecchio edificio, facendolo girare; rapido crescendo che finì come era iniziato.

<<Io sono qui per te, io ascolto la tua chiamata.>> Una voce irruppe subito dopo, nel silenzio della mia mente.

Mi voltai verso l’entrata alla grande sala, notando un movimento alla tenda: C’era qualcuno. Potei vedere chiaramente chi fosse solo quando fù a metà scalinata: Una donna senza capelli, nuda, piena di iscrizioni su tutto il corpo, stava scivolando con passo leggero fino al palco. La sua figura bianca pallida si stagliava sull’oscurità alle sue spalle, le membra ossute sembravano irreali e la testa, pelata, pareva avere una forma irregolare; l’immagine mi infuse un misto tra disgusto e totale dedizione nei suoi confronti. Camminava lenta e aggraziata, mantenendo lo sguardo a terra. Arrivata sotto il palco vi ci appoggiò le mani, terribilmente ossute, inarcò la schiena, finalmente alzò la testa e la inclinò leggermente su un lato, a quel punto i suoi occhi verdi, segnati da profonde occhiaie, mi fissavano, ma sembrava volessero divorarmi; nessuna nota emotiva risuonò sul suo viso. La paura montò in me, come fuoco che si faceva largo sotto la pelle. Nella confusione di quell’irrazionale panico i miei occhi riuscivano solo a restare immobili su un particolare, notato all’ultimo secondo: Le sue labbra rosse sangue, che risaltavano sul suo viso come un cuore umano che spunta dal torace aperto di un pallido cadavere.

<<Ti va di ballare?>> Contai tre voci, nascoste dietro quella frase. Riuscii solo a fare un passo indietro.

<<Mi hai chiamato, ora balliamo.>> Alzò una gamba e portò un piede sul palco, accanto alle mani, facendo per salire.

Il suo movimento fù talmente veloce e la posizione finale mi sembrò talmente impossibile che indietreggiai, nel panico, cadendo a terra.