Quello che non ho – Atto I “Tango d’inchiostro” Scena I

Le candele erano perfettamente posizionate, le linee bianche di gesso paranoicamente diritte e senza sbavature, era quasi un peccato, a questo punto, dover continuare. La gialla luce dei lumini accesi tremava, come se avesse timore di quello che andava a svolgersi su quel tristo palcoscenico. Il luogo scelto per l’occasione non era per nulla casuale: Un vecchio teatro, abbandonato da molto tempo ormai, pieno di ragnatele, assi ricurve per l’umidità, muffa e grossi fori nei muri.

Ero fermo all’entrata, osservavo, da dietro il fumo della mia sigaretta, il cortile desolato di fronte al teatro: Un vecchio parcheggio dissestato, qualche pianta spuntava dal cemento e, come il monumento in rovina di un’antica vittoria, campeggiava ritta ma secca, ancora conficcata nella ferita del pavimento. Avevo lo sguardo fisso nel vuoto, scacciavo paure, fumavo, tremavo come le candele che mi aspettavano sul palcoscenico. Le scuse finirono quando sentii il saporaccio del filtro, ma mi concessi ancora due amare boccate e un minuto con la mia anima.

Buttai a terra la sigaretta, esitai ancora, osservando il fumo che si attenuava, la brace che soffocava lentamente; gli girai le spalle ed entrai. Nella grande sala all’entrata una nube di polvere volteggiava, forse mossa dal vento che scivolava dentro dalla porta semi aperta, ma il suo permanere nell’aria era innaturale, meravigliosamente innaturale. Mi dissi che era l’ennesima scusa di uno stupido vigliacco e mi obbligai a continuare, andando verso la sala del palcoscenico, subito dietro una tenda rossa, sbiadita, pesante e umida, tra le cui pieghe notai uno strappo che ricordava vagamente una croce.

Davanti a me scendeva la scalinata centrale, che divideva i posti a sedere di fronte al palco; in quel momento della notte, la luce della luna, che penetrava dai fori nel muro, sembrava formare delle sbarre argentate, che trafiggevano il teatro in ogni direzione, formando una gabbia;  una gabbia che mi teneva lontano da quel che c’era sul palco: Un bagliore di sei candele, poste ai vertici e al centro di un pentacolo. Camminai senza paura in mezzo a quelle sbarre impalpabili, ricacciando tutti i timori.

Raggiunsi davvero quel palcoscenico, e per un momento credetti di non farcela. Rimasi sul ciglio di quel pentacolo come un pedone sul ciglio di una strada trafficata, in attesa del giusto momento. Quanti di questi momenti passarano in quei lunghi minuti non saprei dirlo, so solo che lo feci al momento sbagliato, per i motivi sbagliati. Un passo ed ero dentro, un altro ed ero al centro. Presi il coltello che avevo in tasca e lo usai per liberare il mio veleno tutt’intorno: Il gesso bianco presto si mescolò con il liquido rosso rubino che avanzava lento ed inesorabile fagocitando quel simbolo dannato, mentre altro veleno calava nella mia gola, sorso dopo sorso.

<<Io sono qui per me, io ti chiamo.>> Dissi a mezza voce, con tutta la paura che un uomo poteva provare; passarono lunghi minuti di terribile silenzio, potevo quasi vedere le sbarre di luce muoversi con la luna, diventare più corte, ritrarsi, come inchinandosi alle tenebre del teatro; il legno scricchiolava sotto il peso dell’età e dell’umidità. Non so quanto tempo passò, so che quel silenzio e quella leggera luce di candele erano il luogo ideale in cui stare: Non avevo più paura, non tremavo, come se fossi nel mio letto. Era perfetto.

Di colpo, come un fulmine, il teatro sembrò contorcersi: Gli scricchiolii aumentavano, come se tutto stesse invecchiando velocemente, eppure non c’era nessuna differenza nelle assi, nei sedili, nelle pareti; qualcosa strisciava e contorceva il vecchio edificio, facendolo girare; rapido crescendo che finì come era iniziato.

<<Io sono qui per te, io ascolto la tua chiamata.>> Una voce irruppe subito dopo, nel silenzio della mia mente.

Mi voltai verso l’entrata alla grande sala, notando un movimento alla tenda: C’era qualcuno. Potei vedere chiaramente chi fosse solo quando fù a metà scalinata: Una donna senza capelli, nuda, piena di iscrizioni su tutto il corpo, stava scivolando con passo leggero fino al palco. La sua figura bianca pallida si stagliava sull’oscurità alle sue spalle, le membra ossute sembravano irreali e la testa, pelata, pareva avere una forma irregolare; l’immagine mi infuse un misto tra disgusto e totale dedizione nei suoi confronti. Camminava lenta e aggraziata, mantenendo lo sguardo a terra. Arrivata sotto il palco vi ci appoggiò le mani, terribilmente ossute, inarcò la schiena, finalmente alzò la testa e la inclinò leggermente su un lato, a quel punto i suoi occhi verdi, segnati da profonde occhiaie, mi fissavano, ma sembrava volessero divorarmi; nessuna nota emotiva risuonò sul suo viso. La paura montò in me, come fuoco che si faceva largo sotto la pelle. Nella confusione di quell’irrazionale panico i miei occhi riuscivano solo a restare immobili su un particolare, notato all’ultimo secondo: Le sue labbra rosse sangue, che risaltavano sul suo viso come un cuore umano che spunta dal torace aperto di un pallido cadavere.

<<Ti va di ballare?>> Contai tre voci, nascoste dietro quella frase. Riuscii solo a fare un passo indietro.

<<Mi hai chiamato, ora balliamo.>> Alzò una gamba e portò un piede sul palco, accanto alle mani, facendo per salire.

Il suo movimento fù talmente veloce e la posizione finale mi sembrò talmente impossibile che indietreggiai, nel panico, cadendo a terra.

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