Grey Bastard

La scala che non vorresti percorrere

Mese: febbraio, 2015

Quello che non ho – Atto II “Un tramonto a mezzogiorno” Scena I

La tavola calda era cosparsa di pietruzze dorate. Il pulviscolo nell’aria veniva illuminato riccamente dalla luce del sole di mezzogiorno, particolarmente brillante, così tutto sembrava avvolto da polvere angelica, che volteggiava pigramente sopra le routine dei presenti.

Un bicchiere di acqua e limone, un tozzo di pane e un momento di oblio allietavano l’attesa del mio ordine, mentre uno sguardo alle persone intorno mi rincuorava sull’assoluta normalità del quadretto: Una famiglia chiassosa sedeva vicino a me, un vecchietto sorridente attaccato ad una bombola d’ossigeno lanciava paterni consigli ad una cameriera, due ragazze si scambiavano striduli segreti d’amore giovanile. Un’illusione stupida, la mia. Tutta quella normalità mi contagiò solo per pochi secondi: Ero in mezzo ad un oceano con una sconveniente quanto pesante catena di pensieri legata ai miei piedi, che non tardò a tornare, per trascinarmi a fondo. Afferrando il bicchiere notai, di nuovo, quel marchio di inchiostro nero sul palmo della mano sinistra. Una parola scritta con caratteri sconosciuti, disegni a metà tra svolazzi sinuosi e artigli mortali. Un marchio d’inchiostro indelebile. Un regalo della mia dama d’incubo.

Ogni volta che lo guardavo sentivo un’opprimente pressione al petto, come il peso di tutte le mie malefatte, di tutte le volte che cedetti un pezzo della mia anima in cambio di una notte di pensieri confusi e dolce, dolce obliare nel veleno amaro che era tutto quello che non potevo avere.

Presi un sorso d’acqua, come se aiutasse a scacciare quel peso, trangugiarlo e farlo scivolare giù, per digerirlo una volta per tutte. Ahimè, l’anima non si cura con un bagno, a lei serve un falò.

Quello ebbi.

Il locale, improvvisamente, si colorò di rosso. La luce più calda mai vista; le pietruzze dorate sparirono, come spaventate, e il tempo rallentò dandomi un momento per gustare l’assoluta santità della coincidenza che andava a svolgersi davanti a me: Occhi verdi, brillanti e inaspettati, come un’aurora boreale in una stanza buia; la pelle bianca di una statua di marmo, ma morbido come creta; labbra rosa delicato e, soprattutto, i capelli rossi, arroventati dalla luce del sole. L’inferno in cui volevo bruciare.

Un tramonto a mezzogiorno su un profondo mare in tempesta.

Forse l’universo mi stava gettando un’ancora o forse era l’ennesima presa in giro. Forse ancora una volta voleva vedermi combattere per la mia anima e fallire. Ma certo! Avevo già fallito. Mentre la mia salvatrice sedeva al bancone la sua luce riflessa illuminava solo una cosa: Quel marchio nero pece sulla mia mano. Stranamente la sicurezza di aver già fallito, però, non mi scoraggiò, anzi. Forse potevo dare uno sguardo oltre il velo, giusto per farmi del male, o per conoscere la verità delle cose. Una verità che non potevo più mancare: Il dolore di non poterla avere mi avrebbe tenuto sveglio, attento e una volta per tutte avrei osservato davvero come sarebbe potuta andare.

Eppure la mia oscurità avrebbe potuto inglobare anche lei e il mio naufragio sarebbe potuto diventare il suo. Abbassai la testa, conscio di avere davanti l’assoluta verità delle cose e di non volerla. Se c’è una cosa di cui posso andare fiero è la solitudine. Il mio viaggio, l’assedio a me stesso, il banchetto sulla mia anima, sono sempre stati momenti che non ho condiviso con nessuno. Nessuno doveva vedere, nessuno doveva sentire, nessuno doveva partecipare. Come una cometa impazzita avrei continuato a viaggiare nello spazio vuoto, senza mai sciogliermi al sole per la paura di pochi superstiziosi o il piacere di altri osservatori, non avrei toccato nessuno con la mia lunga scia.

Arrivò la mia frittata, finalmente.

<<Grazie.>> sorrisi cupo alla cameriera, lei rispose allo stesso modo, velocemente. Quello scambio assolutamente inutile ricompose i miei pensieri, affondai la forchetta nel mio pasto e presi il bicchiere: Il simbolo oscuro mi osservava, distorto, attraverso il vetro e l’acqua.

Purtroppo non potevo immaginare la fisica impazzita dell’universo in cui ero immerso, poichè per strani motivi gravitazionali, per leggi di attrazione esiliate dalla logica, fu il sole a venire verso di me, e potevo sentire il ghiaccio scricchiolare, ed iniziare a sciogliersi.

Annunci

Quello che non ho – Atto I “Tango d’inchiostro” Scena II

Incredibile come lavori la mia testa nei momenti di totale e pura paura, vedevo tutto: Un ragno correva sulla superficie incrostata del palcoscenico, una nube di polvere si stava posando a terra dopo un fugace svolazzo, una candela si era spenta per via della mia caduta. La mia caduta, già. Ero a terra, con le mani nel liquido rosso che aveva divorato il pentacolo, poco prima. Alle mie spalle c’era il vecchio sipario, appesantito come un anziano che ha visto troppe guerre combattute con spade di legno e finti amanti divorati dagli applausi; davanti a me Lei.

Era ormai salita sul palcoscenico e gattonava verso di me, la sua testa era inquietantemente fissa, qualsiasi movimento facesse il suo corpo, e così i suoi occhi. Mi puntavano, mi laceravano, mi volevano. Passò sopra le candele, sfiorandone le flebili fiamme, senza fare una piega. Quando il terrore tornò ad essere una calda sensazione che pervadeva il mio corpo e smise di essere un sottofondo paralizzante incominciai ad indietreggiare, spingendomi con le mani e i piedi, scivolando varie volte. Passai oltre il sipario, che mi fagocitò con gentile calore e umida putrescenza, dovetti fermarmi quando la mia schiena toccò un pannello, un vecchio sfondo usato per qualche spettacolo. Solo dopo avrei notato che, tra macchie oleose e muffa grigiastra, su quel legno sottile c’era disegnato un distorto albero di mele.

Non mi sono mai interrogato su come la mente creasse gli incubi che nelle notti di tormento si avvinghiano alla nostra pelle come mostri affamati, ma l’immagine che mi si presentò davanti sembrava una risposta non richiesta ad una domanda mai posta: Insieme al sipario, anche l’oscurità sembrava piegarsi, scivolare altrove, al passaggio di quella donna; come se stesse attraversando una cascata sottile. Gattonava ancora verso di me, un leggero bagliore negli occhi.

Ero paralizzato.

Come un assassino pentito che viene finalmente arrestato, feci un sospiro quando, ormai vicina, mi toccò la gamba destra, facendo scivolare la mano sulla mia coscia.

<<Balliamo.>> ripeteva, e quel tono lascivo che stonava seccamente con il suo aspetto inquietante fu come una luce per la falena nella mia testa. Non fermandosi, mi scivolò addosso. Ebbi la sensazione che le parole tatuate sulla sua pelle si muovessero, fluide, che scorressero sul suo corpo come lei faceva sul mio.

Ci alzammo, senza mai staccarci gli occhi di dosso. Senza dire nulla la sua mano prese la mia, mentre appoggiò l’altra sul fianco. Feci lo stesso, ipnotizzato.

Dietro di noi il marcio albero di mele, disegnato su un cielo azzurro, incupito dall’età; ballammo. La musica arrivò con la calma di uno stanco esercito che marcia, afflitto da una sconfitta. Si innalzava tutt’intorno a noi. A quel punto, chiedersi da dove venisse era davvero l’ultima delle mie preoccupazioni. Passammo di nuovo il sipario, tornando sul palcoscenico con un balzo che divertì la mia compagna; la sua risata cristallina mi lasciò di pietra.

L’umido scalpiccio dei nostri passi che affondavano nella pozzanghera di liquido rosso, le candele che cadevano al nostro passaggio, la mia espressione divenne un sorriso senza che nemmeno ne avessi coscienza. Non so per quanto andammo avanti, in quel tango sporco di vino, timore, oscurità e inchiostro. Il tempo passò rapido, e per ogni veloce secondo che la mia mente riuscì ad imprimere in sè stessa, mi sentivo a casa; mi sentivo avvolto da tutto quello che non avevo mai avuto, pur continuando a non averlo.

Quando la luce del sole divenne una cortina dorata che divideva il palco dalla platea, la mia dea d’inchiostro e incubo si avvicinò a me, sussurrandomi qualcosa all’orecchio.

<<Scrivimi….>> lenta si allontanò dal mio collo e schioccò un bacio rovente sulle mie labbra. Era come se avessi messo in bocca un tizzone incandescente.