Quello che non ho – Atto I “Tango d’inchiostro” Scena II

di greybastard

Incredibile come lavori la mia testa nei momenti di totale e pura paura, vedevo tutto: Un ragno correva sulla superficie incrostata del palcoscenico, una nube di polvere si stava posando a terra dopo un fugace svolazzo, una candela si era spenta per via della mia caduta. La mia caduta, già. Ero a terra, con le mani nel liquido rosso che aveva divorato il pentacolo, poco prima. Alle mie spalle c’era il vecchio sipario, appesantito come un anziano che ha visto troppe guerre combattute con spade di legno e finti amanti divorati dagli applausi; davanti a me Lei.

Era ormai salita sul palcoscenico e gattonava verso di me, la sua testa era inquietantemente fissa, qualsiasi movimento facesse il suo corpo, e così i suoi occhi. Mi puntavano, mi laceravano, mi volevano. Passò sopra le candele, sfiorandone le flebili fiamme, senza fare una piega. Quando il terrore tornò ad essere una calda sensazione che pervadeva il mio corpo e smise di essere un sottofondo paralizzante incominciai ad indietreggiare, spingendomi con le mani e i piedi, scivolando varie volte. Passai oltre il sipario, che mi fagocitò con gentile calore e umida putrescenza, dovetti fermarmi quando la mia schiena toccò un pannello, un vecchio sfondo usato per qualche spettacolo. Solo dopo avrei notato che, tra macchie oleose e muffa grigiastra, su quel legno sottile c’era disegnato un distorto albero di mele.

Non mi sono mai interrogato su come la mente creasse gli incubi che nelle notti di tormento si avvinghiano alla nostra pelle come mostri affamati, ma l’immagine che mi si presentò davanti sembrava una risposta non richiesta ad una domanda mai posta: Insieme al sipario, anche l’oscurità sembrava piegarsi, scivolare altrove, al passaggio di quella donna; come se stesse attraversando una cascata sottile. Gattonava ancora verso di me, un leggero bagliore negli occhi.

Ero paralizzato.

Come un assassino pentito che viene finalmente arrestato, feci un sospiro quando, ormai vicina, mi toccò la gamba destra, facendo scivolare la mano sulla mia coscia.

<<Balliamo.>> ripeteva, e quel tono lascivo che stonava seccamente con il suo aspetto inquietante fu come una luce per la falena nella mia testa. Non fermandosi, mi scivolò addosso. Ebbi la sensazione che le parole tatuate sulla sua pelle si muovessero, fluide, che scorressero sul suo corpo come lei faceva sul mio.

Ci alzammo, senza mai staccarci gli occhi di dosso. Senza dire nulla la sua mano prese la mia, mentre appoggiò l’altra sul fianco. Feci lo stesso, ipnotizzato.

Dietro di noi il marcio albero di mele, disegnato su un cielo azzurro, incupito dall’età; ballammo. La musica arrivò con la calma di uno stanco esercito che marcia, afflitto da una sconfitta. Si innalzava tutt’intorno a noi. A quel punto, chiedersi da dove venisse era davvero l’ultima delle mie preoccupazioni. Passammo di nuovo il sipario, tornando sul palcoscenico con un balzo che divertì la mia compagna; la sua risata cristallina mi lasciò di pietra.

L’umido scalpiccio dei nostri passi che affondavano nella pozzanghera di liquido rosso, le candele che cadevano al nostro passaggio, la mia espressione divenne un sorriso senza che nemmeno ne avessi coscienza. Non so per quanto andammo avanti, in quel tango sporco di vino, timore, oscurità e inchiostro. Il tempo passò rapido, e per ogni veloce secondo che la mia mente riuscì ad imprimere in sè stessa, mi sentivo a casa; mi sentivo avvolto da tutto quello che non avevo mai avuto, pur continuando a non averlo.

Quando la luce del sole divenne una cortina dorata che divideva il palco dalla platea, la mia dea d’inchiostro e incubo si avvicinò a me, sussurrandomi qualcosa all’orecchio.

<<Scrivimi….>> lenta si allontanò dal mio collo e schioccò un bacio rovente sulle mie labbra. Era come se avessi messo in bocca un tizzone incandescente.

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