Quello che non ho – Atto II “Un tramonto a mezzogiorno” Scena I

di greybastard

La tavola calda era cosparsa di pietruzze dorate. Il pulviscolo nell’aria veniva illuminato riccamente dalla luce del sole di mezzogiorno, particolarmente brillante, così tutto sembrava avvolto da polvere angelica, che volteggiava pigramente sopra le routine dei presenti.

Un bicchiere di acqua e limone, un tozzo di pane e un momento di oblio allietavano l’attesa del mio ordine, mentre uno sguardo alle persone intorno mi rincuorava sull’assoluta normalità del quadretto: Una famiglia chiassosa sedeva vicino a me, un vecchietto sorridente attaccato ad una bombola d’ossigeno lanciava paterni consigli ad una cameriera, due ragazze si scambiavano striduli segreti d’amore giovanile. Un’illusione stupida, la mia. Tutta quella normalità mi contagiò solo per pochi secondi: Ero in mezzo ad un oceano con una sconveniente quanto pesante catena di pensieri legata ai miei piedi, che non tardò a tornare, per trascinarmi a fondo. Afferrando il bicchiere notai, di nuovo, quel marchio di inchiostro nero sul palmo della mano sinistra. Una parola scritta con caratteri sconosciuti, disegni a metà tra svolazzi sinuosi e artigli mortali. Un marchio d’inchiostro indelebile. Un regalo della mia dama d’incubo.

Ogni volta che lo guardavo sentivo un’opprimente pressione al petto, come il peso di tutte le mie malefatte, di tutte le volte che cedetti un pezzo della mia anima in cambio di una notte di pensieri confusi e dolce, dolce obliare nel veleno amaro che era tutto quello che non potevo avere.

Presi un sorso d’acqua, come se aiutasse a scacciare quel peso, trangugiarlo e farlo scivolare giù, per digerirlo una volta per tutte. Ahimè, l’anima non si cura con un bagno, a lei serve un falò.

Quello ebbi.

Il locale, improvvisamente, si colorò di rosso. La luce più calda mai vista; le pietruzze dorate sparirono, come spaventate, e il tempo rallentò dandomi un momento per gustare l’assoluta santità della coincidenza che andava a svolgersi davanti a me: Occhi verdi, brillanti e inaspettati, come un’aurora boreale in una stanza buia; la pelle bianca di una statua di marmo, ma morbido come creta; labbra rosa delicato e, soprattutto, i capelli rossi, arroventati dalla luce del sole. L’inferno in cui volevo bruciare.

Un tramonto a mezzogiorno su un profondo mare in tempesta.

Forse l’universo mi stava gettando un’ancora o forse era l’ennesima presa in giro. Forse ancora una volta voleva vedermi combattere per la mia anima e fallire. Ma certo! Avevo già fallito. Mentre la mia salvatrice sedeva al bancone la sua luce riflessa illuminava solo una cosa: Quel marchio nero pece sulla mia mano. Stranamente la sicurezza di aver già fallito, però, non mi scoraggiò, anzi. Forse potevo dare uno sguardo oltre il velo, giusto per farmi del male, o per conoscere la verità delle cose. Una verità che non potevo più mancare: Il dolore di non poterla avere mi avrebbe tenuto sveglio, attento e una volta per tutte avrei osservato davvero come sarebbe potuta andare.

Eppure la mia oscurità avrebbe potuto inglobare anche lei e il mio naufragio sarebbe potuto diventare il suo. Abbassai la testa, conscio di avere davanti l’assoluta verità delle cose e di non volerla. Se c’è una cosa di cui posso andare fiero è la solitudine. Il mio viaggio, l’assedio a me stesso, il banchetto sulla mia anima, sono sempre stati momenti che non ho condiviso con nessuno. Nessuno doveva vedere, nessuno doveva sentire, nessuno doveva partecipare. Come una cometa impazzita avrei continuato a viaggiare nello spazio vuoto, senza mai sciogliermi al sole per la paura di pochi superstiziosi o il piacere di altri osservatori, non avrei toccato nessuno con la mia lunga scia.

Arrivò la mia frittata, finalmente.

<<Grazie.>> sorrisi cupo alla cameriera, lei rispose allo stesso modo, velocemente. Quello scambio assolutamente inutile ricompose i miei pensieri, affondai la forchetta nel mio pasto e presi il bicchiere: Il simbolo oscuro mi osservava, distorto, attraverso il vetro e l’acqua.

Purtroppo non potevo immaginare la fisica impazzita dell’universo in cui ero immerso, poichè per strani motivi gravitazionali, per leggi di attrazione esiliate dalla logica, fu il sole a venire verso di me, e potevo sentire il ghiaccio scricchiolare, ed iniziare a sciogliersi.

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