Quello che non ho – Atto II “Un tramonto a mezzogiorno” Scena II

Sensazioni diametralmente opposte correvano sulla mia pelle mentre lei si avvicinava: Potevo sentire il calore della sua presenza, ed era prima un dolce tepore, poi un inferno bollente. Camminava leggera, quasi saltellante, tra i tavoli del locale; obbligavo il mio sguardo a rimanere sul piatto appena giunto, appena toccato.

<<Ci conosciamo?>> Era vicino al mio tavolo, al quale aveva appoggiato le mani. Il mio sguardo si soffermò sull’aura rosea che la sua pelle assumeva intorno all’attaccatura delle unghie. Facendomi forza appoggiai la forchetta e alzai gli occhi. Lei era lì. <<Segui il corso di filosofia di Davis, vero?> Disse, annullando la domanda di prima, forse per riempire quella pausa filmica e poco reale che mi bloccava dal rispondere.

Mi sorrideva, e i suoi occhi sembravano estasiati da loro stessi per aver avuto la fortuna di avermi scorto in mezzo a tutte le persone che sedevano alla tavola calda. Il capo leggermente inclinato, un paio di fossette ai lati delle labbra e la mia prospettiva di lei ne moltiplicavano la bellezza.

<<Si.>> Mi costrinsi a sorridere, ma non mi usciva quasi mai bene.
<<Mi sembrava di averti visto, in effetti. Mi chiamo Laura.>> Protese la mano destra verso di me, la sua pelle sembrava emanare una luce pallida, come il tremolare argenteo di una luna bagnata oltre la finestra, ma attraversata da un’ insospettabile nota più calda.

Fu quello il momento capitale, di una gravità così somma che piegò la mia vita come il tempo che la attraversa. Una relatività emotiva che non ti aspetti.

Fionda gravitazionale.
Propulsione.
Stacco.

Eccoci qua. Ora.
Sono seduto al buio, davanti alla mia scrivania, fogli di appunti appesi ad una lavagna di sughero mi sorridono, benevoli, Laura mi accarezza il collo, appoggia la testa sulla mia spalla sinistra, arriccia le labbra mentre legge le parole luminose sullo schermo del computer. Alcune parole sono un flusso così ingombrante che si disegnano sulla sua bocca per meglio permettere lo scorrere verso la testa e la comprensione.
Come una crescente ondata, più si avvicina alla fine del testo più un sorriso le si allarga sul volto. La ringrazio, guardandola, per quella silenziosa e prematura approvazione.
Un paradosso conciso che si ciba del suo stesso punto di domanda finale mi affiora alla testa: Non avrei venduto me stesso se una sola volta nella vita qualcuno avesse sorriso così verso un pezzo di me, eppure, ora, quel sorriso, non esiste proprio perchè ho venduto me stesso?

Lei non sa. Lei ancora non sa.

<<E’ bellissimo.>> Dice, ma non ha ancora finito, le si bagnano gli occhi.
<<Dove…>> Interrompe la domanda, quale che fosse.
<<Dove hai trovato queste parole?>> Non comprendo la richiesta, le sorrido e basta.
Non dovrei sorriderle così. Vorrei dirle che tutto quello che ho scritto non è grazie a lei, non è grazie a quello che mi ha dato, non è il sole che ha fatto fermentare i miei pensieri. La colpa è di una stella molto più oscura, la colpa è l’inconfessabile peccato di una gola atrofizzata.

Dio quanto vorrei poterlo fare in suo nome.

Dietro lo schermo del computer, dove la luce dei led, dei pixel e della parole non arriva, un oscuro fluire si muove sinuoso come un serpente che scende dal ramo basso di un albero. Un demone invisibile appoggia la sua testa sulla mia spalla destra e sussurra, assordandomi. Un richiamo oscuro, mi guardo il segno sulla mano.

Lei lo nota.
<<Che c’è?>> Chiede, seguendo il mio sguardo.
<<E’ strano che tu non l’abbia notato fino ad oggi.>> Dico, colpevole.
<<Che cosa?>> Mette la sua mano sulla mia, mi passa i polpastrelli sul dorso, poi sul palmo
<<Questo segno…>> Abbasso il capo. Rompo l’incantesimo.
<<Quale?>> Chiede, alzando appena la voce e ridacchiando <<Non vedo nulla!>>

Sento un ago incandescente attraversarmi l’attaccatura del collo. Ma è solo un’altra, ripetitiva, bruciante sensazione.

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