Improbable Electronic Sonata for Uninsulated Brains

di greybastard

Alla distanza, all’illusione e a tutte quelle belle cose che ci fottono il cuore.

27 Agosto “Preparazione dei circuiti”
Elettra stava osservando da ormai cinque minuti buoni un’innumerevole quantità di vestiti stesi sul letto, l’indice della mano destra alla bocca arricciata. La sua solita, totale indecisione su cosa mettere era così tipica che nessuno se ne curava, ma dopotutto erano in ritardo <<Elettra!? Dobbiamo consegnare i documenti o ci scordiamo l’erasmus e ci rimandano a casa senza neanche passare dal via!>> Vanessa urlava dall’altra stanza con una nota decisa di frustazione e una sfumatura di rabbia.
<<Va bene!>> Urlò di rimando Elettra, mostrando i palmi, spazientita, e mimando un “Che palle” con le sole labbra.
Prese i jeans neri e una magliettina azzurra a maniche corte, coprì il tutto con un poncho nero. Si infilò le scarpe comode e uscì dalla stanza.
<<Sono pronta>> Disse, come se lo fosse stata da mezz’ora.
<<Era ora…>> Rispose Vanessa, alzando gli occhi al cielo <<Dai su…>> pregò, mentre si affrettava ad aprire la porta ed Elettra si era persa davanti allo specchio <<C’è anche quella tempesta in arrivo, non ho voglia di prender la pioggia.>>
<<Dicono che sarà una tempesta di fulmini molto violenta.>> Disse Elettra staccandosi dalla sua immagine allo specchio.
<<Allora non mi porto l’ombrello!>> Sbottò, vagamente sarcastica, l’altra, spingendo delicatamente l’amica fuori dalla porta.
<<Aspetta!>> Elettra rientrò in casa, corricchiò verso la camera mentre Vanessa sbuffava e gorgolgiava qualche amichevole improperio, poi riapparve: Teneva in mano un ciondolo, era un un sassetto di folgorite, dai contorni morbidi e lisci, circolare e leggermente appiattito, al centro c’era un’incavo nel quale era stata incastrata una lettera di semplice acciaio brunito. Era una “M”.
Se lo mise, prese lo zaino e lanciò un’occhiata benevola all’amica. Alla vista del ciondolo entrambe si erano calmate.
Vanessa chiuse la porta appena furono fuori. Il rumore della serratura rimbombò cristallino nella casa vuota. La luce filtrata dalle nuvole entrava dalle finestre, raffreddando i colori.
Qualche schiamazzo e non pochi tonfi nella tromba delle scale annunciavano l’uscita dal palazzo delle due amiche.

28 Agosto “Preparazione dei circuiti”
Un vago mal di testa rendeva i movimenti di Max lenti ed accorti, uno di quei mal di testa gentili, che non si sente davvero, ma ad intervalli regolari sembra dire “Ehi, sono qua” e ti picchietta sul cervello. La piccola e angusta cucina era stata opportunamente isolata dalla luce, solo una lama sottile, oltre ad un diffuso e labile bagliore, passava da un’imperfezione degli scuri alle finestre, non c’erano tende.
Leonardo si affacciò dallo stipite che divideva la cucina dal salotto.
<<Caffè?>> chiese.
Max annuì con la lentezza di un moribondo.
<<Nero>> Aggiunse l’amico mentre Max apriva le ante della cucina, in ordine una dopo l’altra, senza trovare la caffettiera, che sedeva placida sul bordo del lavandino, smembrata e serena. La prese, il rumore del lavandino, mentre l’acqua scorreva nel serbatoio, era lucido e tagliente, lo odiava. Versò il caffè con malcelato disordine, chiuse il tutto, accese la piastra ad induzione e se ne andò in salotto.
Leo stava cercando di leggere qualcosa, seduto sul divano, alzò lo sguardo verso Max, scosse il capo.
<<Dovresti smetterla…>>
Max sapeva benissimo a cosa si riferiva, ma fece finta di no <<Di cosa parli?>> chiese, sedendosi con calma sul divano.
Uno sguardo dal messaggio non tanto implicito fu la risposta <<Scrivile!>> disse, deciso, avvicinandosi all’orecchio di Max per provocare lui e il suo mal di testa, questo allontanò l’amico con una lieve spinta, mentre scostava il capo.
<<Leo… Leo…>> Fece un lungo respiro <<Abbiamo deciso che è meglio così…>>
<<A quanto pare LEI ha deciso che è meglio così, perchè considerando quanto cazzo bevi ultimamente tu al tavolo delle trattative ci sei andato da zerbino non da stato sovrano!>>
<<Come cazzo parli?!>> Chiese ironico e con rabbia soppressa per non stressare troppo le terminazioni nervose.
Leonardo alzò gli occhi al cielo, sbuffò, rumorosamente, giusto perchè Max lo sapesse, poi e tornò al suo libro, aggiungendo un soffocato <<Sei un cretino.>>
<<Cosa dobbiamo fare oggi?>> Chiese Max cambiando discorso.
<<Cosa TU devi fare, intendi?>> l’abilità di Leo nel sottolineare certe parti della frase lo rendeva uno schermidore della parola assolutamente insopportabile, una stilettata ogni tanto in un balletto irritante per le orecchie.
<<Cosa devo fare?>> Chiese, di nuovo, l’altro, affondando nel divano, mentre un liscio, profondo e avvolgente aroma di caffè cominciava a permeare l’aria della casa.
<<Devi andare a consegnare i documenti, o ti scordi l’erasmus e ti rimandano a casa senza neanche passare dal via. Ti conviene muoverti, c’è anche quella grossa tempesta in arrivo…>> L’ultima parte venne aggiunta con una nota di interesse.
<<Tempesta?>> Chiese Max con aria da zombi.
<<Tu non li guardi i telegiornali, ah?>>
<<Non tanto ultimamente, ma sono convinto che contro ogni mia agitazione mi erudirai in merito>> Disse in tono sarcastico, facendo il verso alla tipica saccenza dell’amico, che intanto aveva già afferrato il cellulare e stava aprendo il sito internet di una qualche agenzia meteo.
<<Una tempesta con i contro fiocchi! Attraverserà tutta l’europa da ovest a est, il suo picco sarà intorno a questa zona…Parigi, credo. Poi scivolerà tranquillamente sopra la Germania, toccherà mmm… Diciamo che si estenderà da da Francoforte a Monaco, passerà per Praga, e in fine sopra le nostre teste.>> Il dito indicava vagamente la zona di Varsavia.
<<Vuoi dire che si scaricherà qua?>>
<<Certo che no, continuerà, probabilmente…>>
<<Mi hai convinto>> aggiunse ironico Max, alzandosi <<Non voglio trovarmi con il mal di testa in un tornado.>>
<<Non è un tornado, è una tempesta elettrica>> Lo corresse Leo, che ormai aveva fissato lo sguardo sul suo libro.
Un fulmine a ciel sereno si infranse nella testa di Max, che bloccò il suo incedere verso la cucina <<Passerà sopra Parigi. Chissà che non mi porti qualcosa… Di lei.>>
Leo fece un profondo sospiro, con l’accorgimento di non farsi sentire troppo dall’amico <<Bevi il caffè e muoviti.>> Aggiunse, con celata empatia.
L’intenso profumo di caffè era quasi una piacevole nebbia che riempiva la cucina, il gorgogliare della caffettiera era così morbido e confortante per le orecchie, che sembrava ricacciare il mal di testa di Max. Si versò una lunga tazza, che trangugiò in un attimo, avidamente. Rientrò in salotto, Leo alzò gli occhi con un’esplicita richiesta disegnata in essi.
Max, invece, li strizzò <<L’ho bevuto tutto…>> Disse, colpevole, con un vago sorriso come offerta di pace.
<<Muoviti ad uscire di casa prima che ti prenda a calci!>> Minacciò, Leo.
Prese lo zaino, ci infilò i documenti a casaccio, fece per uscire poi tornò indietro, sotto lo sguardo attonino di Leonardo; rispuntò dalla sua stanza personale, le mani unite dietro il collo, un ciondolo penzolava sul petto: Era un un sassetto di folgorite, dai contorni morbidi e lisci, circolare e leggermente appiattito, al centro c’era un’incavo nel quale era stata incastrata una lettera di semplice acciaio brunito. Era una “E”. Aprì la porta ed uscì, richiudendola alle sue spalle. Il leggero sibilo elettrico dell’ascensore annunciava la sua uscita dal palazzo.

27 Agosto “Direzionamento antenna trasmittente”
<<Dai muoviti!!>> Disse disperata Vanessa, allungando ogni singola sillaba per sottolineare la fretta, mentre strattonava l’amica via da davanti una vetrina.
Elettra fissava una maglietta, ma non con il solito sguardo femminile, era più offuscato, da un’ombra, un peso, un ricordo.
<<Sei così tipicamente femmina, Elettra!>> Disse Vanessa per smuoverla <<Pensi allo shopping mentre siamo in mostruoso ritardo?!>> Ma Elettra non si smuoveva nemmeno sotto accusa di stereotipo.
<<Una maglietta dei Metallica poi?!>> Aggiunse Vanessa, che guardava con poca fede il piccolo negozietto di dischi in vinile e magliette di varie band.
Elettra si ridestò <<Va bene! Smettila di tirarmi il poncho che me lo sformi!>> Sbuffò, arrabbiata, come quando qualcuno ci strappa da un bel sogno.
Camminarono a passo di marcia per un buon chilometro, sotto le continue lamentele di Elettra, che di quel trotto leggero non aveva proprio voglia <<NON. VOGLIO. PRENDERE. L’ACQUA!>> Scandiva ogni tanto Vanessa per incoraggiare l’amica a fare come lei diceva. Così le due arrivarono in università, attraversando Parigi. Trafelate e accaldate. Salirono le scale di fretta e si diressero verso l’ufficio preposto, consegnarono i loro documenti e finalmente si calmarono, sedendosi per un attimo in un’aula vuota, qua e là degli studenti ripassavano la lezione o facevano finta, uno giocherellava al cellulare, sorridendo come un ebete.
<<Ora siamo libere!>> Disse Vanessa, con un sottile sottinteso che suonava tanto come un “Te l’avevo detto!”, Elettra alzò gli occhi al cielo, notando il sottotesto.
<<Penso che non mi alzerò da qui per un bel po’>> Disse Elettra con ironico biasimo <<Non pensarci neanche! Dai! Non voglio bagnarmi!>> La nenia di Vanessa sul non voler prender la pioggia cominciava a diventare una ripetizione assillante, per quanto comprensibile, ma l’amica congedò l’ennesima richiesta con un gesto della mano.
<<Ehi!>> una voce profonda fece sobbalzare un poco le due amiche, che si voltarono. Un giovane si era infilato fino ai banchi dove le due sedevano, indossava un maglione azzurrino sopra una camicia bianca, jeans del solito colore e scarpe bianche, da dietro i capelli biondi due occhi intensamente blu fissavano Vanessa ed Elettra. Sembrava lo stereotipo del belloccio, “uno stereotipo per niente male” pensò una delle due.
<<Italiane?>> Chiese, contro ogni aspettativa <<Sono Alex.>> Si presentò, aveva un duro accento tedesco, forse. <<Ciao.>> Dissero le due donne in coro, ma con toni estremamente opposti.
Alex era un ragazzo svizzero, conosceva molto bene l’italiano, era a Parigi per un periodo di erasmus ed aveva una forte attrazione per Elettra, che aveva visto giorni prima; non tardò a dimostrare tale attrazione, in modo pacato e gentile, raffinato e a tratti sottilmente diretto. Ad un certo punto della lunga conversazione a tre, il ragazzo si assentò per usare il bagno.
<<Dai! E’ carino!>> Sbottò Vanessa.
<<… E poi sono io quella tipicamente femmina?>> Chiese Elettra, socchiudendo gli occhi e stampandosi in faccia una smorfia.
<<Hai o no lasciato Max? Potrebbe essere il momento per guardarsi intorno, fare amicizia, mica te lo devi scopare sta notte!>> Elettra guardò l’amica stupita quando questa usò una parola tanto diretta e mai sentita uscire dalle sue labbra.
<<Che poi… Anche se succedesse…>> Ghignò <<Cosa te ne frega? Mica te lo sposi!>> Elettra rispose colpendo l’amica sulla spalla, che fece finta di accusare il colpo, ridendo.
Elettra non notò che l’amica aveva lo zaino già su una delle spalle, e fu lo sguardo più truce che avesse mai riversato all’amica, quando questa se ne andò con una scusa, al ritorno del ragazzo.
<<Hai le chiavi no? Ciao!>> Se ne andò, senza aspettare una risposta.
<<Ti va di sederci fuori? Queste aule sono calde e le sedie scomode>> Chiese Alex. Elettra pensò che fuori, all’aria aperta, avrebbe avuto più di una possibilità per scappare, annuì, si avviarono.
Le nubi temporalesche erano sopra l’università, la luce era attutita e giallognola, virava al grigio, e il piombo fuso che scorreva nella vene del cielo cominciava a pesare su questo mondo come una grossa mano pronta a scombinare qualche vita mortale. Grosse promesse vorticavano nelle dense atrocità di quel mostro elettrico.

28 Agosto “Direzionamento antenna ricevente”
Max si trascinava svogliatamente per Varsavia. Nelle orecchie suonava un’oscura promessa infranta, una promessa elettrica che partiva dal suo ipod, viaggiava per i cavi delle cuffie e si riversava nelle sue orecchie come un’esplosione di impulsi elettromagnetici, invece di vibrazioni sonore. “Nothing Else Matters” dei Metallica. Era ormai la terza volta che la ascoltava, lungo il tragitto, e la voglia di sentirla aumentava ad ogni ripetizione, quando nessuno guardava si lanciò anche in un leggero canto. Le mani nei jeans consunti, la testa bassa, lo sguardo assente. La sua intera vita aveva luogo solo nella sua testa.
L’università, appena oltre una piazza, sembrava un porto sicuro, un luogo in cui concedersi qualche minuto di burocrazia, che avrebbe tenuto la sua mente occupata. Sbrigò le sue cose con calma, non voleva, per nulla al mondo, tornare ad un stato mentale in cui il suo cervello potesse viaggiare, libero. Catene, catene, cavi, una bobina elettrica. Pensò che forse stava impazzendo, sorrise all’idea. Alla fine andò verso un’aula libera, qualche studente, qua e là, studiava, o faceva finta. Uno ascoltava musica mentre disegnava sul banco, ridacchiando. Tirò fuori il cellulare di tasca, una pessima idea. Leggeva qualche messaggio, vecchio di mesi. Si crogiolava nel suo dolore. Qualche banco più in là una coppia di studenti si stava sedendo, qualche stridulo gridolino e una risata sommessa non facevano prevedere nulla di meglio di quegli stessi messaggi che Max stava leggendo. I due erano una coppietta, quasi deliziosamente seccante se non fosse per lo stato mentale del ragazzo che li osservava, così, erano solo seccanti. Si concentrò e prese alcuni fogli dallo zaino, li mise sul banco e cominciò a leggere, orari, consigli, regole, liste di libri, libri, libri. Tutte parole che risuonavano senza alcun senso nella sua mente. La coppietta ridacchiava. La mano di Max si stava chiudendo a pugno. Lei schioccò, rumorosamente, un bacio sulla guancia di lui. Il pugno era chiuso. Lui la guardò, intensamente. Il pungo tremava, carico. Lei…
Smise di guardare, prese i fogli, li cacciò nello zaino facendone una palla spiegazzata. Si alzò e se ne andò. Nelle orecchie di nuovo la musica, nient’altro ha importanza.
Le nubi temporalesche erano sopra l’università, la luce era attutita e giallognola, virava al grigio, e il piombo fuso che scorreva nella vene del cielo cominciava a pesare su questo mondo come una grossa mano pronta a scombinare qualche vita mortale. Grosse promesse vorticavano nelle dense atrocità di quel mostro elettrico.

27 Agosto “Invio”
Quell’aria innaturale prima di un fenomeno, invece, assolutamente naturale, dava un senso di disagio ad Elettra, che si sommava alle parole gentili di Alex, ed era come sentirsi infastiditi da un cagnolino batuffoloso che ti scondinzola davanti con l’amore negli occhi. Ogni parola gentile, ogni contatto visivo e fisico le facevano male. Ogni singola scintilla delle sue sinapsi aveva una forma e una sola. Prevedeva un sovraccarico. Aveva pensato altre volte a Max, ma posta difronte alla realtà, quella stessa realtà che ora le stava offrendo un’occasione potenziale per dimostrare di averlo lasciato per sempre, il pensiero era così dannatamente intenso che le faceva male, la stessa carica elettrica del suo cervello era come aumentata fino ai 20000 volt. Era dolore puro.
Il disagio non tardò a passare dal cervello ai muscoli, e alla pelle. Sentiva un formicolare diffuso, un brivido che gli attraversava il collo per dilagare nel suo corpo come un’onda, un’onda con migliaia di piccole zampette che la solleticavano, cavalcando i nervi e arrivando così in ogni punto del suo corpo. Si sentiva esplodere, mentre quel babbeo svizzero continuava a parlare, era diventato quasi saccente, presuntuoso, ma non si accorgeva dei monosillabi di Elettra in risposta a qualsiasi sua domanda. La ragazza prese a camminare e lui la seguiva, doveva fare qualcosa, non riusciva a stare ferma. Poi…
L’intera sensazione aveva messo in secondo piano il grosso temporale che incombeva ora sopra di loro, Elettra fece in tempo a sentire una goccia di pioggia sulla sua guancia sinistra prima di…
Lassù, dove non era dato vedere, due lembi benevoli dal volto grigio si baciarono, e il loro bacio era per i mortali un’occasione di illuminazione. Un fulmine scese dalle nebulosità vorticanti, spezzò l’aria, la distorse e la scaldò intorno a sè. La pura potenza viaggiava nell’etere con un obiettivo, indomabile, inarrestabile, con la furia del giusto.
Elettra sentì la strana sensazione di essere trascinata verso l’alto, al contrario di quando ci si sente cadere in un sogno. Sentiva il proprio elevarsi, mentre una scarica elettrica di indicibile potenza correva suadente nel suo corpo. Era come un’onda di calore, ma gentile, la lambiva come il mare, ad intervalli, e ogni volta galleggiava sempre un po’ più su. Sentiva delle dolci mani elettriche rovistare nel suo cervello, nel suo corpo. Ogni sinapsi abbracciava quella sensazione, poi si sentì vuota. Qualcosa l’aveva svuotata, per un solo, veloce, secondo. La sua testa era puro nulla.
Durò poco, perchè non era morta. Il suo cervello si inondò di nuovo di piccole scintille. Le stesse che lo animavano poco prima che il fulmine la colpisse. Era a terra, davanti a lei Alex. Spaventato, terrorizzato, impietrito.

28 Agosto “Ricezione”
Fuori dall’università Max camminava avanti e indietro. Di nuovo le cuffie nelle orecchie. Non voleva ancora tornare a casa, prendeva lunghi respiri, ripetutamente, senza tregua, poteva quasi sentire la testa girare per l’eccesso di ossigeno. Decise infine per una panchina. Si sforzava di non sentire nulla, di chiudere tutto, di liberare la testa, avrebbe per un attimo voluto essere come morto, sentire solo la tranquillità dell’incoscienza, l’assoluta inconsistenza del nulla, del vuoto, del nero cosmico. Sparire per un solo maledetto secondo, smettere di incolparsi, smettere di sentire dolore, smettere di mettersi difronte ad ogni suo schifoso errore. Il tempo trascorse veloce, si tolse la musica dalle orecchie, e ce la fece. Era nulla. In quel nulla però irruppe una goccia d’acqua, sulla sua guancia destra.
Nell’oscuro tutto sopra la sua testa, due lembi benevoli si stavano abbracciando, baciando. Un fulmine scese sulla terra come un treno in corsa mosso dalla potenza dell’universo.
Il vuoto che Max aveva creato fu riempito subito, istantaneamente, come acqua che esce da una diga e inonda una vallata con la velocità della luce. Violento e giusto fu quel tutto che lo pervase. Come da un brivido dietro il collo, piccole scintille camminavano nel suo corpo come un esercito indomabile. Sentiva dolci mani elettriche rovistare nella sua testa. Come se lo stessero amorevolmente vestendo, preparando, e spingendo fuori casa con pacche amichevoli e sguardo materno.
Era stato riempito di altro, era stato riempito di un’altra persona.
Si alzò. Tutt’intorno era una collage caotico. Una finestra che sporgeva dal cielo, un ibrido architettonico dava sulla piazza, che si era incredibilmente riempita di alberi. Qualcuno alle sue spalle parlava francese, un altro parlava uno strano italiano dal forte accento tedesco, forse. La facciata dell’università riportava la scritta in due lingue, sovrapposte, francese e polacco. In piedi, davanti all’entrata, c’era una ragazza spaventata.

27/28 Agosto “Comunicazione”
<<Elettra?>> Strabuzzò gli occhi a quella visione <<El…>> Faticava a ripeterlo una seconda volta.
<<Max!>> Disse lei. I due si vennero incontro con la calma di chi ancora non crede a quello che ha davanti agli occhi.
<<Sto sognando?>> Chiese lui.
<<E’ possibile.>> Disse lei, la sua immagine andava e veniva, come in un televisore, e così succedeva a lui.
Qualche lacrima pareva affiorare sugli occhi di entrambi, coprendoli con una pietosa patina di gioia.
<<Ascolta…>> I due parlavano all’unisono, e, come se ogni pensiero si compenetrasse in quello successivo dell’altro, parlavano e si ascoltavano, contemporaneamente.
<<C’è un carico di vita e sogni in mezzo a noi…>> abbassarono la testa <<Aspettative, regole, assunzioni…>> Si guardarono negli occhi <<Non volevo il dolore di averti lontano>>, <<…Lontana… E’ infantile non trovi? Sia stare insieme sia lasciarsi per non dover vivere lontani… Infantile. Eppure, qualcosa… Andava fatto>> e questa suonava come una domanda <<Ma ora so, ora voglio arrivare lì>> L’una le mani sui fianchi dell’altro <<Voglio arrivare lì dove sei, ho un obiettivo, una missione, uno scopo. Ci rivedremo, un giorno. Non so quando, ma succederà. Forse saremo diversi, forse saremo uguali, forse non saremo, ma arriverò. Ora è un addio, addio per sempre, fino a quando ci rivedremo. E quando sarà…>>.
<< Ti racconterò tutto… Riempirò quel vuoto che hai di me. Quel giorno sarà il punto focale, quello per cui vivrò d’ora in poi. Allora potrò dirmi soddisfatto, potrò dire che la battaglia è finita, potrò dire che, cadesse il cielo…>>
<<Ti amo.>>

Max si risvegliò, era a terra, la città intorno a lui era tornata quella di sempre.

Qualche giorno dopo, dal letto di un ospedale, prese il cellulare che il suo amico gli aveva prestato, compose un numero francese.
<<Ciao.>> disse.
<<Ciao.>> Si sentì rispondere.
<<Come va?>>
<<Potrebbe andare meglio.>>
<<Siamo in due.>>
Sorrise.

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