Grey Bastard

La scala che non vorresti percorrere

Mese: dicembre, 2015

Metaletteratura del grasso che cola

PARTE II “INCUBI”

Una luce verdognola palpitava in lontananza. Ad ogni flash, una colonna  luminosa investiva Felix come un esercito fomentato dalla guerra, dal sangue e dalla rabbia. Ogni flash era un colpo di pistola dritto in fronte.

D’un tratto tutto acquistò senso: Uscendo dal mondo etereo di una visione sfocata, il ragazzo vide una pozzanghera davanti a sè. Il riflesso di un’insegna al neon, nell’acquitrino puzzolente in cui guardava e appoggiava la mano, diceva “eniW”. Mosse un dito. Onde concentriche, nell’acqua, si avvicinavano, invece che allontanarsi. La cosa non lo colpì, aveva perfettamente senso nella sua mente.

<<Scusa.>> Una donna piangeva, in piedi davanti a lui, appena oltre la pozzanghera. La fredda sinestesia della pistola che lei gli puntava alla fronte diventava sapore di sangue in bocca, suonava come una tagliente fischio nelle orecchie, un fischio che oscurava tutti gli altri suoni, a parte le due voci.

<<Non dirlo.>> La supplicava Felix <<Non dirlo, ti prego.>>

<<Scusa.>> Ripetè lei, poco prima di tirargli un colpo alla tempia con il calcio della pistola. Un singhiozzo, e pianse ancora più forte.

Sensazioni diametralmente opposte facevano a gara, sulla pelle di Felix, per avere attenzioni. L’asfalto pungente sotto il palmo della mano era stato messo a tacere dal freddo morso della pozzanghera in cui appoggiava. Viscide “cose” ondeggiavano tutt’intorno alle dita immerse nell’acqua; sulla guancia sinistra una sensazione di calore, gentile, che scivolava fino al mento, avvolgendo quella parte del volto come una carezza malinconica. Romantico, se non fosse stato il sangue che colava dalla tempia dopo il colpo.

<<Non dirlo.>> Disse, di nuovo, Felix.

<<Scusa.>> Un altro singhiozzo, un altro colpo con il calcio della pistola. Questo atterrò sul collo, poi l’arma tornò a premere sulla fronte.

Felix non riusciva più a respirare. Fece per riempire i polmoni, ma un nodo alla gola, stretto dal colpo subito, non faceva entrare nè uscire nulla. Le corde vocali, intasate di dolore, si piegavano come monaci supplicanti, chiedevano di poter vivere: Un raschiare secco uscì dalla sua bocca come unico lamento di dolore, come unica richiesta di respiro.

Tossì, tossì forte, solo per forzarsi a sussurrare <<Non dirlo.>>

Questa volta la donna non disse nulla. Si limitò a singhiozzare ancora più forte, così forte che tutto intorno l’eco del suo pianto dilagava come un’ondata inarrestabile di acqua iraconda. Cambiò posa: Divaricò le gambe, puntò la pistola con chirurgica precisione, poi la lasciò. L’arma fluttuava nell’aria, davanti a lei. Felix potè finalmente alzare la testa. Il volto della donna che voleva ucciderlo era coperto da una maschera rossa, senza lineamenti, senza buchi per gli occhi; la pistola si frapponeva tra loro come un cupo presagio.

<<Non dirlo.>> Ripeteva Felix.
<<Ti amo.>> Disse lei, smettendo di piangere.

Mentre quelle parole ancora attraversavano l’etere per giungere alle orecchie del ragazzo, il cane della pistola morse forte, scintille di incredibile bellezza uscivano mentre il buco nero dell’arma sputava piombo fumante dritto nel cuore di Felix. Un tuono attraversò il petto del ragazzo che, ora, si vedeva scagliato indietro.

 

Si risvegliò di soprassalto, la camera era di un bianco così puro che non distingueva le pareti dal pavimento. Non un’ombra, non una sfumatura. Se non per quella porta rosso sangue immersa nel nulla luminoso che lo avvolgeva. Si toccò il petto, ricordandosi in ritardo di quello che era accaduto un indefinito ammontare di tempo fa. Si allargò il colletto del camice che portava, scoprendo, in prossimità del cuore, un buco nero come la pece, grande come un pugno; da essò partivano venature altrettanto nere, che sbiadivano al colore pallido della pelle mano a mano che si allontanavano dal foro.

<<Aiuto!>> Gridò, alla scoperta. Si precipitò verso la porta, la aprì, era nel corridoio di un ospedale, una luce verde al neon lo illuminava, i piedi nudi sguazzavano in una pozzanghera putrida. Si sentì prendere la gola da una sensazione di repulsione, si accasciò a terra, tossì, tossì forte.

Insieme a qualche goccia di liquido nero, simile a catrame, sputò un proiettile. Lo osservò a lungo: Le rigature annerite dall’attrito, la punta perfettamente intatta, grigia, lucida, rifletteva la sua immagine nel bagliore verde diffuso della stanza. Prese il proiettile e lo ricacciò in bocca, sentiva i denti rompersi mentre tentava di sgranocchiarlo, alla fine lo mandò giù insieme ad un intruglio di ossa e liquidi.

Il pavimento su cui Felix era inginocchiato scomparve, di colpo, ma lui potè sentirlo: Il dolore è un mostro intelligente, come la gravità nei cartoni, aspetta che il Coyote realizzi di aver sbagliato, prima di farlo cadere.

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Metaletteratura del grasso che cola

Dedicato alla sperimentazione, al conflitto, al grasso che cola.

PARTE I “INTRODUZIONE”

Vi siete mai interrogati su quanto sia difficile iniziare un racconto? Insomma: Non è un problema se non l’avete mai fatto, è una cosa da “Addetti ai lavori”. Lasciate che vi dia qualche consiglio.
Potreste iniziare da una larga visione d’insieme: Immaginate una bella città, qua, sotto il vostro sguardo, esposta ad un bellissimo cielo azzurro che si riflette sulle finestre; le infinite finestre dei palazzi. A volte è quasi difficile distinguere il cielo dal suo riflesso.  Poi, molto filmicamente, zoomate, scivolate tra le strade, volateci come un uccello in picchiata.Allora comincerete a vedere le persone, tante persone.

Ora dovete confondere il lettore: Guardate quell’uomo in giacca e cravatta, ha appena perso il suo fazzoletto, lo teneva nella stessa mano con cui reggeva la valigetta. Deve aver incasinato la presa, deve essersi dimenticato quale dito teneva cosa, odio quando succede. Quella donna appariscente invece? Ha appena lanciato uno sguardo interessato al ragazzo delle consegne che è passato con la bici e si è fermato a prendere una bottiglia d’acqua dal venditore ambulante grasso e oleoso. Guardatela come cammina decisa in quel suo talleur grigio topo, a righine bianche, e poi come incespica con lo sguardo, mostrando una sola finestra di desiderio. E quello? Parlo del ragazzotto vestito alla “Bulli e Pupe”: Una giacca di pelle nera, una maglietta bianca, jeans classici, stivaletti da motociclista e quel ciuffo. Lui! Voglio lui! Occhi scuri, tenebrosi, capelli marroni, pelle rovinata ma lineamenti ben bilanciati.
Ha un orologio nero, totalmente; mi chiedo come faccia a leggere l’ora.

Adesso che abbiamo il protagonista dobbiamo entrare un po’ nella sua vita. Sappiamo come è, abbiamo un accenno su chi è, ma dobbiamo fare in modo che il pubblico lo apprezzi, lo “senta”.
E’ un po’ come con gli zombi. Non puoi inziare un film sull’apocalisse senza mostrare cosa c’era prima dell’apocalisse, giusto? Dobbiamo prima vedere un po’ di bambini che giocano in un parco, il protagonista che fa cose di tutti i giorni con la sua famiglia: Prepara una colazione, o rientra dal lavoro e saluta tutti con un abbraccio, dobbiamo vederlo vivere, giusto? E vogliamo che l’orrore entri nella sua vita senza che nemmeno se ne accorga.

Non è godurioso sapere che tutto sta andando lentamente a puttane e solo noi lo notiamo? Ci sentiamo potenti, e protetti.
Siamo i topi che abbandonano un edificio prima del terremoto, e mentre tutto crolla facciamo “ciao ciao” con la zampina.
Felix Norton, ecco chi è il nostro protagonista. Non è un bullo, sta andando a provare per una rappresentazione teatrale, non è una fanatico di quegli anni. E’ un attore -notata l’ironia?- Molto bravo, ve lo assicuro. Eccolo là, sul palcoscenico, controvoglia, non lo si nota perchè è bravo. Lo hanno preso per Grease, il musical. Ha avuto parti migliori: E’ stato un Macbeth e altri tizi importanti, “profondi” come dice lui. Spocchioso da parte sua, ma gli piacciono i classici. E’ caduto in rovina, o così lui pensa, da quando la sua ex è morta… Naaaah! Sto scherzando! Non è morta, lo ha lasciato.
Lui è uno che somatizza. Ma… Shh! Parla il regista:
<<No, Felix! No!>> Che voce, pare arrabbiato <<Mi vai sempre sottotono su questa parte! E’ amore, capisci? Sembra che sia una sciacquetta qualunque dalla faccia che fai.>> Sta indicando la Sandy Olsson della situazione.
Felix non sopporta che un tale pensiero possa sfiorare la mente della sua collega <<Non sei una sciacquetta, è solo che io…>> Guardate come lei gli sorride, illuminata dal sua candore <<Lo so…>> gli risponde a mezza voce, sopprimendo una risatina mentre il regista continua ad urlare, paterno e iracondo.
Un ultimo appunto: Abbie Mable Youth è la coprotagonista del musical, a lei piace quel tipo di lavoro, si diverte. E lei piace a Felix, potrebbe essere uno dei motivi per cui ha accettato questo incarico.
Lei è solare, ama ballare, muoversi, saltellare, cantare. Ha sempre il sorriso stampato in faccia, quella bella faccia. Bionda, leggera ricrescita castana, occhi azzurri, pelle molto chiara. Adora il rossetto rosso fuoco. Lo adora anche Felix.

Abbiamo il quadretto giusto? Il bel tenebroso che fa un lavoro che non gli piace perchè, per qualche strano motivo psicologico, quello che faceva prima continuava a ricordargli la sua ex; poi c’è una bella bionda, solare, sorridente, che pare accogliere di buon grado le candide attenzioni del protagonista.
Ora ci serve la cosa più importante di tutte. Se pensate che questi personaggi siano stereotipati allora vi verrà un crampo al cuore con questo, perchè è ancora più stereotipato, usato e strausato, nessuno scrittore ne fai mai a meno, vi -e mi- presento: Il Conflitto.
Inchino.
Aapplausi.
Sì, sono anche il narratore, non fate i saputelli. Nessuno ha mai raccontato qualcosa dal mio punto di vista, perciò ho deciso di fare da me.
Il conflitto è quell’elemento che mette in moto gli eventi all’interno del racconto. Sono quello che fa sparire la principessa e la mette nella torre più alta del castello, ci mette davanti un bel drago e fa il medio al protagonista mentre si gode lo spettacolo seduto comodo.
Beh, più o meno. Quello lo fa la strega cattiva, io mi limito a imbottirla di invidia e il gioco è fatto, è come se lo facessi io con le mie mani, no?

La sessione di prove per oggi è finita, Felix sta tornando a casa. E’ di cattivo umore: E’ stato sbattuto un po’ troppo dal regista, si sente umiliato, ha deciso così di non farsi vedere in giro dopo le prove. Oh! Lo sguardo che ha lanciato al tizio che lo ha sfiorato lungo la strada per casa, è davvero di cattivo umore! Posso, forse, fare qualcosa.
La pioggia inizia a cadere, inzuppando gli abiti del musical, lui se ne accorge, comincia a correre, casa sua è dietro il prossimo angolo; la pioggia sta aumentando gradualmente, così la sua la velocità. Avrebbe dovuto camminare.
Facendo l’angolo sbatte forte contro un tizio che portava una colonna di vecchi giornali già bagnati, forse dall’edicola poco più in là. Entrambi cadono a terra, impiastricciandosi di acqua sporca e carta attaccaticcia.
<<Che cosa cazzo combini? Ti hanno insegnato a camminare, stronzo!?…>> E altri improperi, molto coloriti e fantasiosi per uno che vende giornali senza averli mai letti.
Felix si scusa, si stacca qualche lembo di carta madida dalla giaccia di pelle, si appoggia la mano destra sulla natica -deve far male! Ora si che è arrabbiato, e con il costume sporco e bagnato qualcuno potrebbe pensare che non gli importa abbastanza di questo lavoro. Qualcuno di molto importante.
La giornata non è per nulla finita, e io sto cominciando a scaldarmi. Il caro Felix non ha un rapporto sessuale da molto tempo, potrei fargli suonare qualche campanello. Per esempio il suo coinquilino potrebbe essersi dimenticato di avvertirlo che è in dolce compagnia. Aprendo la porta Felix vede Michael sul divano, intento in coraggiose effusioni con una mora dal trucco goth. Si copre gli occhi come un bambino che becca i genitori a fare sesso.
<<Scusate! Scusate! Scusate! Scusate!>> Dice, chiudendo la porta a tentoni e, ugualmente, andando verso camera sua.
<<Ciao Felix!>> dice il coinquilino, per nulla turbato <<Ciao Felix!>> gli fa eco la donnina goth, divertita. Che stupido: Entrambi erano pronti per un terzo concorrente, se non fosse stato così imbarazzato. Non siate pudici!

E’ sera, Felix ha passato le ultime ore a ripassare la parte; io l’ho aiutato a concentrarsi facendo godere davvero forte la donnina goth. Si beh, non io, Michael. Era in forma oggi. I gemiti erano così ritmici che non mi stupirei se fossero entrati nella sua memoria anche solo per osmosi sonora, dando tutto un nuovo significato alle canzoni di Grease.

Eccolo lì. Felix ha passato gli ultimi due minuti a pensare perchè sta facendo tutto questo: Perchè sta facendo l’attore, perchè ci sta ancora provando, perchè è solo, bla, bla, bla. Lui sa perchè vuole fare l’attore, è solo che oggi, grazie a me, la tristezza passeggera, portata in volo leggero dalla cicogna del conflitto, ha intaccato ogni aspetto della sua vita, come un virus, un mostro tentacolare che allunga le sue propaggini su ogni pensiero che quel cervelletto sovraccarico partorisce. Ora devo solo fare in modo che la notte non gli faccia dimenticare la pioggia, la giacca rovinata, il sesso e la solitudine. Un bel sogno? E con “Bel sogno” intendo il peggiore degli incubi. Lasciatemi schiarire la voce, questo merita un capitolo a sè.