Metaletteratura del grasso che cola

di greybastard

PARTE II “INCUBI”

Una luce verdognola palpitava in lontananza. Ad ogni flash, una colonna  luminosa investiva Felix come un esercito fomentato dalla guerra, dal sangue e dalla rabbia. Ogni flash era un colpo di pistola dritto in fronte.

D’un tratto tutto acquistò senso: Uscendo dal mondo etereo di una visione sfocata, il ragazzo vide una pozzanghera davanti a sè. Il riflesso di un’insegna al neon, nell’acquitrino puzzolente in cui guardava e appoggiava la mano, diceva “eniW”. Mosse un dito. Onde concentriche, nell’acqua, si avvicinavano, invece che allontanarsi. La cosa non lo colpì, aveva perfettamente senso nella sua mente.

<<Scusa.>> Una donna piangeva, in piedi davanti a lui, appena oltre la pozzanghera. La fredda sinestesia della pistola che lei gli puntava alla fronte diventava sapore di sangue in bocca, suonava come una tagliente fischio nelle orecchie, un fischio che oscurava tutti gli altri suoni, a parte le due voci.

<<Non dirlo.>> La supplicava Felix <<Non dirlo, ti prego.>>

<<Scusa.>> Ripetè lei, poco prima di tirargli un colpo alla tempia con il calcio della pistola. Un singhiozzo, e pianse ancora più forte.

Sensazioni diametralmente opposte facevano a gara, sulla pelle di Felix, per avere attenzioni. L’asfalto pungente sotto il palmo della mano era stato messo a tacere dal freddo morso della pozzanghera in cui appoggiava. Viscide “cose” ondeggiavano tutt’intorno alle dita immerse nell’acqua; sulla guancia sinistra una sensazione di calore, gentile, che scivolava fino al mento, avvolgendo quella parte del volto come una carezza malinconica. Romantico, se non fosse stato il sangue che colava dalla tempia dopo il colpo.

<<Non dirlo.>> Disse, di nuovo, Felix.

<<Scusa.>> Un altro singhiozzo, un altro colpo con il calcio della pistola. Questo atterrò sul collo, poi l’arma tornò a premere sulla fronte.

Felix non riusciva più a respirare. Fece per riempire i polmoni, ma un nodo alla gola, stretto dal colpo subito, non faceva entrare nè uscire nulla. Le corde vocali, intasate di dolore, si piegavano come monaci supplicanti, chiedevano di poter vivere: Un raschiare secco uscì dalla sua bocca come unico lamento di dolore, come unica richiesta di respiro.

Tossì, tossì forte, solo per forzarsi a sussurrare <<Non dirlo.>>

Questa volta la donna non disse nulla. Si limitò a singhiozzare ancora più forte, così forte che tutto intorno l’eco del suo pianto dilagava come un’ondata inarrestabile di acqua iraconda. Cambiò posa: Divaricò le gambe, puntò la pistola con chirurgica precisione, poi la lasciò. L’arma fluttuava nell’aria, davanti a lei. Felix potè finalmente alzare la testa. Il volto della donna che voleva ucciderlo era coperto da una maschera rossa, senza lineamenti, senza buchi per gli occhi; la pistola si frapponeva tra loro come un cupo presagio.

<<Non dirlo.>> Ripeteva Felix.
<<Ti amo.>> Disse lei, smettendo di piangere.

Mentre quelle parole ancora attraversavano l’etere per giungere alle orecchie del ragazzo, il cane della pistola morse forte, scintille di incredibile bellezza uscivano mentre il buco nero dell’arma sputava piombo fumante dritto nel cuore di Felix. Un tuono attraversò il petto del ragazzo che, ora, si vedeva scagliato indietro.

 

Si risvegliò di soprassalto, la camera era di un bianco così puro che non distingueva le pareti dal pavimento. Non un’ombra, non una sfumatura. Se non per quella porta rosso sangue immersa nel nulla luminoso che lo avvolgeva. Si toccò il petto, ricordandosi in ritardo di quello che era accaduto un indefinito ammontare di tempo fa. Si allargò il colletto del camice che portava, scoprendo, in prossimità del cuore, un buco nero come la pece, grande come un pugno; da essò partivano venature altrettanto nere, che sbiadivano al colore pallido della pelle mano a mano che si allontanavano dal foro.

<<Aiuto!>> Gridò, alla scoperta. Si precipitò verso la porta, la aprì, era nel corridoio di un ospedale, una luce verde al neon lo illuminava, i piedi nudi sguazzavano in una pozzanghera putrida. Si sentì prendere la gola da una sensazione di repulsione, si accasciò a terra, tossì, tossì forte.

Insieme a qualche goccia di liquido nero, simile a catrame, sputò un proiettile. Lo osservò a lungo: Le rigature annerite dall’attrito, la punta perfettamente intatta, grigia, lucida, rifletteva la sua immagine nel bagliore verde diffuso della stanza. Prese il proiettile e lo ricacciò in bocca, sentiva i denti rompersi mentre tentava di sgranocchiarlo, alla fine lo mandò giù insieme ad un intruglio di ossa e liquidi.

Il pavimento su cui Felix era inginocchiato scomparve, di colpo, ma lui potè sentirlo: Il dolore è un mostro intelligente, come la gravità nei cartoni, aspetta che il Coyote realizzi di aver sbagliato, prima di farlo cadere.

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